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IDEE/ La scienza è molto, ma non tutto: la lezione di Peirce agli americani

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Qual è il fine della filosofia? Che cosa vuole conoscere? La realtà. Ma è nella spiegazione di questo scopo che Peirce è innovativo, in particolare nel saggio The law of mind: la logica conosce la realtà perché appartiene a essa, non c’è soluzione di continuità tra realtà e mente. Realismo significa accettare che c’è una realtà alla quale apparteniamo e che si presenta in qualche modo come conoscibile. Quale sia questo modo, o questi modi (ci sono molti tipi di ragionamento), è il tipo di riconoscimento che spetta alla “grande logica”, alla logica intesa in senso ampio. Qual è il nemico di questa posizione? Il nominalismo, che consiste nel tenere separati l’oggetto della conoscenza e la conoscenza, come se ci fosse un baratro insuperabile che alla fine colmiamo con metafore letterarie o con pretese intuizioni.

Una volta che ci serviamo di tutte le scienze e che ragioniamo correttamente su una realtà che possiamo conoscere con ragionevolezza (concrete reasonableness) riconosceremo secondo Peirce che ci sono tre elementi base della realtà e del cosmo: la casualità (o libertà), la relazione che genera delle leggi, e la tendenza a creare degli abiti d’azione.

Cosmologicamente parlando ciò significa spiegare l’universo come nascita dal nulla, come necessità delle leggi naturali e come tendenza a creare un’unità (Evolutionary love). L’evoluzionismo di Peirce prende così la strada della teleologia: c’è un’evoluzione la cui causa principale è il fine a cui tende. Per questo fine è fatto il nostro ragionamento e ogni parte della realtà - come ogni scienza testimonia quando viene perseguita fino in fondo (cioè con tutta le risorse tecniche necessarie) e senza pregiudizi. «In questo modo le forme eterne, che la matematica, la filosofia e le altre scienze ci rendono familiari, raggiungeranno per lenta assimilazione, il cuore stesso dell’essere di ciascuno, e influenzeranno le nostre vite; e non lo faranno appena perché implicano verità di importanza immediata, ma perché sono verità eterne e ideali» (465).



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