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LUNEDI' RIPOSO/ La taverna del teatro popolare di Madrid

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Oggi, in questa grande metropoli, come nelle nostre case, sappiamo riconoscere regole e segreti di grandi eventi, partecipiamo attivamente a performances di ogni tipo, siamo esperti intenditori di concerti e spettacoli dal vivo e diventiamo improvvisati maestri di spettacolarità di ogni genere, ma fatichiamo a trovare luoghi carichi di un significato che si comunica e ci accomuna.

Luoghi in cui l’arte, la scrittura, la musica e il teatro sono semplici strumenti per comunicare un’elementare esuberanza di vita. «È la stessa irrinunciabile esigenza dell’uomo ad esprimersi con la voce, con le parole, con i segni ad avere a che fare con quello che noi chiamiamo mistero. È un’esigenza indipendente da ogni progetto e da ogni ipotesi di una sua concreta realizzazione, è qualcosa che sta prima che c’entra con la vita stessa, con la sua originaria struttura. Per questo le forme e le metafore che da questa irrinunciabile esigenza son create, sono strettissimamente legate al mistero, al mistero della vita stessa. Anche al teatro».Testori invoca  una vitalità che noi tutti conosciamo perfettamente, la stessa che si assapora tra i tavolini della Casa Labra, come quella che ha ispirato le opere di Shakespeare.

Le linee e gli scambi dell’intricata mappa della metropolitana, amplificano il rischio di non ritrovare la via. Corrono le fermate. Alonso Martinez ricorda il personaggio di un antico racconto, Ciudad Lineal il nome di un tempio primitivo, Principe de Vergara evoca un condottiero misterioso, poi appaiono San Bernardo, Diego de Leon, Guzman el Bueno, San Cristobal, Alfonso XIII.  Immagini del passato che chiedono, anche attraverso il teatro, di dare voce alla vita, di agire nel presente, di appartenere all’oggi e di essere contemporanei. Ma “nel teatro, per secoli, si è avuta la tendenza a mettere l'attore a una distanza remota, su una piattaforma, inquadrato, decorato, illuminato, dipinto, su alti coturni, quasi a voler persuadere il profano ch'egli sia sacro, che la sua arte sia sacra.

Era venerazione, questa, oppure dietro c'era la paura che qualcosa venisse allo scoperto se la luce fosse stata troppo forte, l'incontro troppo ravvicinato? Oggi noi abbiamo messo a nudo la mistificazione, ma ci stiamo accorgendo che un teatro sacro è ancora ciò di cui abbiamo bisogno. Dove cercarlo? Tra le nuvole o sulla terra? E allora cerchiamo con la stessa insistenza e la stessa lucidità di Peter Brook, cerchiamo se prohibe cantar sul metallo arrugginito vicino all’entrata, cerchiamo incessantemente quella prelibatezza che, da un momento all’altro, può istigare un’improvvisa e cruenta festa popolare.



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