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LETTURE/ Se perfino il pagano Orazio insegna a noi moderni come essere più cristiani…

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Tutto si risveglia e la danza invita alla bellezza e all’amore. Ma una cesura secca, all’inizio della quarta strofa, rompe l’incanto: dal piacere della vita sorge amaro il pensiero della morte e la consapevolezza degli anni troppo brevi per l’inesauribile speranza dell’uomo; all’ombrosa frescura del boschi si sostituisce l’ombra dell’Ade e anche i giochi d’amore di oggi sono avvolti dal suo velo scuro.

Forse l’unanime ammirazione per Orazio è dovuta anche a questa nota di contenuta mestizia che pervade in modo assolutamente non romantico i versi dalle ali dorate. Il realismo antico che guarda i campi scintillanti di brina, le notti di luna, le carene delle barche e il caldo buono delle stalle, la fantasia che immagina le danze delle dee e il duro lavoro dei ciclopi per fabbricare i fulmini non dimenticano il colpo secco della fine che incombe su ogni cosa. La vita va avanti, si beve, si ama. Il ciclo delle stagioni ricorda che per l’uomo tutto ha termine. Non cedere alla crudeltà di questa fine è opera che non compete all’uomo. Il saggio avverte tutto ciò e si ritira in un distacco che gli permetta di godere i suoi giorni con misura.

Soluzione inadeguata per noi moderni, abituati a superare il limite o più facilmente in molte forme disperati. Se noi moderni fossimo veramente cristiani, l’avvicendarsi delle stagioni e il trascorrere del tempo ci avvertirebbero che la luce e le danze che ci allietano qui sono così belle perché promettono che ci sono cose ancora più belle e che niente andrà perduto.

 

 



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