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LETTURE/ Se perfino il pagano Orazio insegna a noi moderni come essere più cristiani…

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C’è un’ode di Orazio, la quarta del primo libro, che celebra l’atteso ritorno della primavera dopo i rigori dell’inverno e che è oggetto di ammirazione per tutti coloro che amano la poesia. Essa è costruita con un gioco sapiente di parallelismi e di contrasti, descrive il paesaggio e la ripresa del lavoro umano, evoca la vita segreta degli dei e la gioia che lentamente invade la natura.

 

Si scioglie l’aspro inverno, con il gradito ritorno della primavera

e del Favonio, mentre gli argani traggono di nuovo in mare

le barche asciutte e il bestiame non prova più gioia della stalla,

né il contadino del focolare e i prati non sono più candidi di brina.

 

Già Venere Citerea conduce le danze alla luce della luna

e le Grazie armoniose, unite alle Ninfe, danzano con ritmo

alterno, mentre l’ardente Vulcano visita le faticose

officine dei Ciclopi.

 

Ora è bello circondare il capo di verde mirto splendente

o di fiori, che la terra offre generosa; ora è bello nei boschi

ombrosi offrire sacrifici a Fauno,

sia che chieda un’agnella, sia che voglia un capretto.

 

La Morte che rende pallidi bussa con piede imparziale

alle capanne dei poveri e alle torri dei re. O Sestio fortunato,

la brevità della vita ci impedisce di nutrire una speranza lunga. Già ti incalza

la notte e i Mani di cui si dicono tante favole,

 

e la spoglia casa di Plutone: quando vi arriverai

non sceglierai più con i dadi il re del convito

e non guarderai ammirato il giovinetto Licida, per il quale ora

ardono i giovani e presto proveranno amore le fanciulle.

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’articolo di Laura Cioni

 

 

 



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