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LETTURE/ Se perfino il pagano Orazio insegna a noi moderni come essere più cristiani…

C’è un’ode di Orazio, la quarta del primo libro, che celebra l’atteso ritorno della primavera. LAURA CIONI spiega che cosa il grande poeta pagano può ancora insegnare a noi moderni

fiori_bianchiR375.jpg (Foto)

C’è un’ode di Orazio, la quarta del primo libro, che celebra l’atteso ritorno della primavera dopo i rigori dell’inverno e che è oggetto di ammirazione per tutti coloro che amano la poesia. Essa è costruita con un gioco sapiente di parallelismi e di contrasti, descrive il paesaggio e la ripresa del lavoro umano, evoca la vita segreta degli dei e la gioia che lentamente invade la natura.

Si scioglie l’aspro inverno, con il gradito ritorno della primavera

e del Favonio, mentre gli argani traggono di nuovo in mare

le barche asciutte e il bestiame non prova più gioia della stalla,

né il contadino del focolare e i prati non sono più candidi di brina.

 

Già Venere Citerea conduce le danze alla luce della luna

e le Grazie armoniose, unite alle Ninfe, danzano con ritmo

alterno, mentre l’ardente Vulcano visita le faticose

officine dei Ciclopi.

 

Ora è bello circondare il capo di verde mirto splendente

o di fiori, che la terra offre generosa; ora è bello nei boschi

ombrosi offrire sacrifici a Fauno,

sia che chieda un’agnella, sia che voglia un capretto.

 

La Morte che rende pallidi bussa con piede imparziale

alle capanne dei poveri e alle torri dei re. O Sestio fortunato,

la brevità della vita ci impedisce di nutrire una speranza lunga. Già ti incalza

la notte e i Mani di cui si dicono tante favole,

 

e la spoglia casa di Plutone: quando vi arriverai

non sceglierai più con i dadi il re del convito

e non guarderai ammirato il giovinetto Licida, per il quale ora

ardono i giovani e presto proveranno amore le fanciulle.

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