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CINA/ Il Dragone all’offensiva: così il cinema di "Chollywood" sostituirà Hollywood

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Sì. Basta guardare indietro: anche senza la potenza cinematografica ed economica della Cina alle spalle, il cinema cinese ha già fatto breccia nei nostri cuori. Negli anni ’70 Bruce Lee e il kung fu hanno cambiato il modo di descrivere le scena di lotta in ogni arte visiva in movimento. Prima di Bruce Lee la lotta erano scazzottate disordinate, sedie spaccate in testa nei saloon, pistole sparate all’altezza della cintura. Dopo Bruce Lee tutte le lotte del cinema occidentale hanno preso dalle movenze del kung fu, sono diventate danze, salti acrobatici, trucchi da circo. Il cinema indiano, con tutte le sue pellicole di Bollywood, non ha avuto la stessa penetrazione nell’immaginario occidentale. Le danze, i canti, ossatura dei suoi racconti, sono rimasti confinati all’India.

 

La cultura cinese veicolata dalla pellicola avrà lo stesso impatto di quella americana?

 

Ci sono due elementi che agiscono contemporaneamente, uno economico - ed è l’espandersi della Cina come potenza economica mondiale - e l’altro culturale, legato al fascino di certi temi cinesi. Il cinema ha una forza che sottovalutiamo. Potremmo diventare culturalmente più «cinesi» ben prima che la Cina diventi la prima economia del mondo, cosa che dovrebbe arrivare tra 20-30 anni.

 

Come dobbiamo prepararci all’incontro di queste mentalità?

 

È bene dire che questo avverrà comunque perché è legato all’ascesa della Cina. Il punto è se avverrà con o senza senso critico. La cultura cinese è estremamente diversa e complicata, a differenza di quella americana che è figlia dell’occidente e che per questo ci è naturalmente più vicina. Quella cinese è più lontana ma proprio per questo è più suggestiva, affascinante e quindi anche meno criticamente controllabile.

 

E dal punto di vista del mercato cinematografico come andranno le cose?

 

Mentre per il sorpasso economico si dovrà aspettare lo spazio di una generazione, per la trasformazione di Hollywood in Chollywood aspetteremo solo cinque anni, neppure il tempo che passa tra la nascita di un bambino e il suo primo giorno di scuola. Si tratta di un vero battito di ciglia, oggettivamente insufficiente per costruire una coscienza critica della cultura cinese.

 

Lei dà molta importanza alla maturazione di questa coscienza critica, perché?

 

Clicca >> qui sotto per continuare l’intervista a Francesco Sisci

 

 



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