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CHIESA/ La semplicità di Marcellino è la vera cura contro il moralismo di oggi

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È una storia che ha il sapore fresco e rude dei Fioretti di san Francesco, non a caso letti durante la cena nel refettorio dei frati. Una fiaba che è un antidoto a tutti gli amari veleni che ogni giorno leggiamo e sentiamo sulla santa Madre Chiesa, e non solo sui suoi membri che si sono macchiati di colpe gravi.

Marcellino è un bambino vivace e buono. Le sue marachelle sono innocenti, la sua disobbedienza è addirittura premiata dall’affetto che il Signore crocifisso gli riserva; ma anche i frati che lo accolgono sono buoni, con la loro saggezza e la loro ingenuità, nell’obbedienza e nei momenti di ribellione. Una ventata di innocenza la loro paternità, l’amore vero al bene di un trovatello che saprebbe anche rinunciare a tenerlo al convento, se si trovasse una famiglia disposta ad accoglierlo.   

È proprio bello rivedere a distanza di anni questo film in bianco e nero, che ebbe a suo tempo un successo enorme, anche perché la religiosità genuina che vi si respira forse trovava ancora corrispondenza in una società non così laicizzata come quella di oggi. È un film che parla con gli occhi di Marcellino e non con gli effetti speciali, la cui colonna sonora è fatta da tre indimenticabili note in croce, a sottolineare il gioco delle ombre e della luce.

È una fiaba e la realtà è a volte ben diversa. Ma il solo fatto che qualcuno l’abbia scritta,  sceneggiata e recitata non può che commuovere anche chi di noi è tentato di commentare in qualsiasi modo le vicende di questi giorni, piuttosto che tacere e amare.

 



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