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IDEE/ Il dio politico contro il dio legale: chi salverà la democrazia?

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 Rispondere a quest’ultima domanda non è compito semplice e richiede una riflessione seria che investa profondamente la storia, la cultura, l’educazione di ciascuno di noi. Una possibile risposta può forse essere indagata svelando un equivoco insito nel quesito stesso. Come dimostrano gli avvenimenti di questi giorni, pensare che l’umano possa salvare l’ordinamento democratico (cioè se stesso) è cosa ingenua.


Lo è per chi affida le proprie speranze alla democrazia sostanziale, attribuendo alla classe politica uno statuto provvidenziale, ma lo è anche per chi affida l’umano anelito a che si realizzi una giustizia nei rapporti umani e sociali alla applicazione rigida delle regole della democrazia formale; è ironico, del resto, constatare che mentre in Lombardia si raccoglievano le firme per salvare la sostanza della democrazia, proprio un cavillo formale (e per di più un’interpretazione procedurale) ha consentito alla lista esclusa di rientrare in corsa.


La democrazia, insomma, è una cosa complessa che appartiene a tutti noi. Non è un bene che possa essere interamente delegato ad una classe politica illuminata con le carte (e, naturalmente, con i timbri) in regola, ma neppure un meccanismo regolato da un sistema costituzionale perfetto, da un puro ordine esteriore. Punto di partenza della vera democrazia è invece l’esigenza naturale, umana, che la convivenza aiuti l’affermazione della persona e che i rapporti sociali non ostacolino la crescita della personalità di ciascuno.


Essa presuppone governanti che riconoscano “l’uomo in quanto è e perché è”, e un sistema che sia ordinato a questo scopo, accogliendo una definizione del potere che – come ricordava Romano Guardini – sia inteso come «delinazione dello scopo comune e organizzazione delle cose per il suo raggiungimento».


Ma la democrazia ha bisogno anche di governati che mantengano vivo quel desiderio originale, quella domanda di significato, che li spinge a mettersi insieme non a partire dalla provvisorietà di un tornaconto, ma secondo una interezza e una libertà sorprendenti che è segno di vitalità, responsabilità e cultura. Il compito, certo, non è semplice. Ma solo servendo questo ideale, forma e sostanza troveranno, finalmente, quella unità di intenti che è necessaria e dovuta.

 

(di Rosencrantz & Guildenstern)



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