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LETTERATURA/ Palomar, quel cattivo maestro di Italo Calvino che combatte lo stupore

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Palomar gira il mondo e visita l’antica capitale dei Toltechi, alle prese con le indecifrabili costruzioni messicane: «Se oltre la faccia che presentano a noi hanno una faccia nascosta, a noi non è dato di saperlo. Il rifiuto di comprendere più di quello che queste pietre ci mostrano è forse il solo modo possibile per dimostrare rispetto del loro segreto; tentare d’indovinare è presunzione, tradimento di quel vero significato perduto».

 

 

Palomar si chiede: «Ma come si fa a guardare qualcosa lasciando da parte l’io? Di chi sono gli occhi che guardano?» e considera la ragione come «una finestra che s’affaccia sul mondo». E poi va avanti: se l’occhio non vede altro che le cose come sono, come trovarne il significato? «Dalla muta distesa delle cose deve partire un segno, un richiamo, un ammicco: una cosa si stacca dalle altre con l’intenzione di significare qualcosa…che cosa? Se stessa, una cosa è contenta d’essere guardata dalle altre cose solo quando è convinta di significare se stessa e nient’altro, in mezzo alle cose che significano se stesse e nient’altro».

 

Assorto in questa verità, Palomar muore. Un cattivo maestro.



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