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LETTURE/ Souad Sbai: spetta alle donne smascherare il grande Inganno

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Tuttavia la giurisprudenza europea di paesi come Italia, Gran Bretagna, Germania, ha manifestato una tendenza ad attribuire delle attenuanti a chi ha commesso delitti, adeguando il giudizio in rapporto all’identità culturale, giungendo all’assurdo di non tutelare completamente la vittima, in quanto appartenente a una cultura in cui quel reato non è considerato tale o stimato di minore gravità. I cosiddetti “reati culturali”, cioè condotte sanzionate dal diritto penale nazionale, ma permesse nella cultura di provenienza dell’attore del reato, sembrano, a tratti, prevalere nelle linee di ordinamenti che, per salvaguardare un multiculturalismo di stampo relativista e nichilista, arrivano a giustificare, attraverso sentenze e pronunciamenti dei tribunali, se non addirittura attraverso l’esempio limite delle corti sharitiche istituite in Inghilterra, comportamenti contrari al diritto occidentale e ai diritti universali dell’uomo.

La vera sfida è capire che le comunità non sono culture isolate, immutabili, ma parti integranti e interattive della società in cui vivono e del momento storico. L’interazione e la convivenza si basano su diritti e doveri reciproci. Il dovere del paese ospitante non è di giustificare i reati come prassi culturale, ma di cercare di affiancare alla repressione penale del singolo comportamento, una serie di misure ampie e diversificate, capaci di influenzare l’educazione civica della comunità per sradicare l’estremismo culturale identitario. Solo rendendo chiare le regole per l’ottenimento della cittadinanza, dando maggiore spazio e voce ai musulmani moderati, restringendo la capacità di azione degli estremisti, investendo nella cultura e nella formazione, promuovendo lo studio della lingua e delle leggi italiane, diffondendo i principi che regolano i diritti e i doveri nel nostro Paese, sarà possibile che anche in Italia non si verifichino, così come è accaduto in Francia, le rivolte delle periferie abitate da immigrati di terza generazione, rimasti corpo avulso dal resto della società.

C’è il rischio, altrimenti, di scadere nella cosiddetta “discriminazione positiva” che nasce dal pregiudizio sociologico, secondo il quale i musulmani formerebbero tendenzialmente un’entità sociale distinta, un blocco omogeneo con gli stessi costumi, un corpo così differenziato da dover accordare loro dei diritti speciali adatti al loro modo di vita. Ed è proprio lasciando che si creino dei gruppi sociali diversi e separati dal tessuto sociale connettivo, che diventa poi arduo ogni tentativo di adeguarli alle regole comunemente condivise, cioè all’unica soluzione per evitare che la comunità islamica si ripieghi su se stessa.

 

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