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SHMEMAN/ Quel cristianesimo che permette di innamorarsi ma non di amare

venerdì 5 marzo 2010

 

«I russi non amano, ma si innamorano». Troviamo questa affermazione nel diario di padre Aleksandr Shmeman, uno dei più noti pensatori dell’emigrazione russa, scomparso nel 1983. L’innamoramento, dice Shmeman, si distingue dall’amore perché indebolisce le facoltà intellettuali concentrandole su un particolare staccato dal tutto. Se l’autentica cultura mette il particolare in rapporto con l’assoluto, la subcultura ha come caratteristica l’esaltazione del particolare chiuso in se stesso e preso come assoluto. Così la libertà, slegata dalla vita diventa arbitrio, la felicità si disintegra nelle voglie, la scienza si chiude nella specializzazione, l’arte diventa una tecnica, l’economia venerata come idolo prepara inesorabilmente la crisi, il progresso è condannato al degrado, e così di seguito.

Shmeman vede l’origine storica di questa “frantumazione” nel Rinascimento, letto come rivolta contro il cristianesimo in nome della persona. L’autonomia della persona, passata attraverso l’illuminismo, il razionalismo, lo scientismo, è giunta a maturazione diventando un idolo, e com’è destino di ogni idolo, si è autodissolta nel relativismo.

In questo processo di frantumazione i cristiani hanno una precisa responsabilità. Se infatti il Rinascimento è stato una rivolta contro il cristianesimo è anche perché i cristiani avevano collaborato a “frantumare” la fede in tante devozioni particolari che mettevano in ombra “Cristo tutto in tutti”. «Sono degli innamorati, ma non sanno più amare». Le singole parti hanno il sopravvento sul Tutto. Ed evidentemente questo discorso non vale soltanto per i russi.

La cosa più tremenda nella storia attuale è la quasi completa assenza del cristianesimo come concezione capace di illuminare tutti gli aspetti della vita, di creare storia, di esaltare le potenzialità umane.

 

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