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ARTE/ Cristo, il grido di tutti gli uomini secondo Goya

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F. Goya, la fucilazione del "3 maggio 1808"  F. Goya, la fucilazione del "3 maggio 1808"

 

Goya potrebbe benissimo esporre con successo alla prossima biennale o fiera d’arte contemporanea, se non fosse per quell’inconveniente di essere morto da quasi duecento anni. Alcune delle sue opere mostrano, infatti, una incredibile contemporaneità nei temi e nei modi della pittura. La visione grottesca dell’umanità povera così come del potere nei suoi rappresentanti a diversi livelli, la violenza tra gli uomini, che ha il suo culmine nella guerra, il dolore a volte insopportabile del vivere che si esprime nel grido senza risposta. Questi sono i temi prevalenti nella pittura di Goya. Certo non gli unici, ma sicuramente quelli per cui oggi viene apprezzato. Ma anche quella sua pittura pastosa e sfaldata nella pennellata, erede a sua volta di Velazquez e Rembrandt, quei volti appena accennati nei contorni, che emergono talvolta da fondi scuri o dipinti con una tecnica che sembra anticipare non solo l’Impressionismo, ma perfino il vigore dell’Espressionismo, fanno di lui un pittore che si avvicina al nostro sentire della pittura del presente.

 

A Milano una mostra ambiziosa documenta le relazioni di Goya con gli artisti dei secoli successivi: 184 opere (tra dipinti, disegni e incisioni) e 45 di artisti fondamentali della storia dell’arte tra XIX e XXI secolo, 62 enti prestatori, provenienti da 15 Paesi del mondo. Il percorso viene presentato al visitatore con un metodo di confronto diretto sui singoli temi tra le opere di Goya e quelle di alcuni artisti che hanno in qualche modo fatto riferimento al pittore spagnolo (vissuto tra il 1746 e il 1828). In realtà la pittura di Goya non è solo inquietudine di soggetto e di rappresentazione. C’è una grande parte della sua produzione - soprattutto quella del suo primo periodo, ma anche quella in parallelo alle opere più “oscure”- che è solare e delicata. Di questa in mostra non si trova traccia, recando al pittore una grave ingiustizia, poiché il visitatore si porta via il ricordo di un pittore maledetto, inquieto e inquietante, che non corrisponde totalmente al profilo di Goya.

 

Certo è che almeno a partire dal 1819 la sua pittura si incupisce nei toni e nei soggetti. Le cause sono molte, comprese quelle politiche. Prima fra tutte la disillusione per il fallimento della resistenza spagnola alla dominazione francese (come sottolinea il celebre dipinto 3 maggio 1808: la fucilazione alla Montaña del Principe Pio), ma ancor più dell’acuirsi della grave malattia che lo lascerà quasi totalmente sordo e che lo aveva colpito nel 1792 a soli 52 anni. 

 

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