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SILONE/ Quando il Duce volle appropriarsi della Croce, ma un vecchio falegname disse no

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A titolo di esempio, mastro Eutimio, il vecchio falegname, asciutto e nodoso come gli ulivi da cui è circondato, in Il seme sotto la neve, così si esprime: «Non parlo delle tre chiese che esistono a Colle, non parlo della parrocchia che esiste da secoli, non parlo dei martiri che vi sono sepolti; ma qui, le bestie l’aria l’acqua la terra il vino la cenere l’olio la polvere delle strade, tutto è, per così dire, cristiano» (p.117 ed. Oscar Mondadori, 1976).

 

Illuminante è il dialogo tra il vecchio falegname e un piccolo gerarca di provincia. Quest’ultimo vorrebbe fargli aggiungere alla grande croce che Eutimio ha appena terminata su incarico della parrocchia delle modifiche per adattarla alle liturgie della nuova eloquenza: un fascio di verghe e una grande scure sulla sommità. Eutimio è certo della impossibilità della commistione tra il cristianesimo e un regime politico - in questo caso il fascismo - che proprio da tale commistione vorrebbe ricavare una sempre maggiore credibilità. Egli non può o non sa esprimere a parole le ragioni del suo rifiuto, evidentemente non possiede gli strumenti linguistici e culturali per farlo, allora ricorre a domande e riflessioni disarmanti nella loro concretezza: «Dove poggerà la testa Nostro Signore?» (p.221).

In ogni caso, sapendo bene che non si può impunemente contrastare il potente di turno, umilmente motiva il suo rifiuto all’insolita richiesta dicendo che essa sorpassa le sue capacità, di «modesto falegname piuttosto all’antica» che riesce a «fare solo il poco imparato da ragazzo, le solite cose semplici pratiche».

 

(Silvana Rapposelli)

 

 



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