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PASSIONE/ Se a raccontarla è chi ama e ha tradito il condannato

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I fedeli che seguono la scena, dalla distanza e dalla prossimità della loro via dolorosa? O chi rompe il silenzio vociante della scena, la confusione dove a mille d’altre vocalità di mercanti, di militari, di passanti casuali si dev’essere frammista quella brulicante scena di dolore, le poche parole, gli scambi rari, e molto probabilmente quel tenersi per gli occhi a cui ha dato spazio il forte film di Gibson? Quel tenersi, dico, da sguardo a sguardo che non ha bisogno di parole, tenersi anche mentre si va alla morte e non si deve dire più niente.

Dunque: chi parla nel dire la via crucis. Io scelsi nella mia (Via crucis dell’amico, Marietti) di dar voce a Pietro. All’amico che vedeva il suo amato andar giù, a tratti come un pugile suonato. Lui avrebbe dovuto essere il suo secondo, essergli accanto e invece, come gli altri smarrito, ha forse guardato da lontano la scena. Ho dato voce a chi ama e tradisce il condannato. A chi non ha saputo star lì, nella suprema ora e pur è come se fosse lì. In una specie di doppia passione. Ho scelto questa inenarrabile scena. Quasi aggiungendone una a quelle già impossibili da descrivere.

 

Questa fu la mia scelta. Da lì vedendo le donne, la madre, Veronica, l’uomo di Cirene, e il grido e l’abbandono. Altre ce ne saranno. Perché la Passione continua a dire. A essere il teatro da scrivere e riscrivere. A cercare occhi per essere guardata, e dunque parole perché il suo racconto infinito si passi tra generazioni.

 

 



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