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VIA CRUCIS/ Perché seguiamo un uomo sfinito?

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La gente si fa molte domande su di sé: siamo figli di Abramo, Dio ci ha fatti uscire dalla schiavitù d’Egitto, attraverso Mosè abbiamo ricevuto la Legge, e i profeti non ci sono mancati. Ora, com’è possibile che, nonostante tutto questo, siamo diventati così cattivi da mandare a morire uno così? Un ebreo buono, un profeta, che parlava nella tradizione di Mosè e dei profeti? Tra tutti i delinquenti che ci sono tra noi, proprio uno così dovevamo mandare a morire?

E intanto camminano. C’è chi si augura che tutto finisca il più in fretta possibile, e chi spera segretamente che succeda qualcosa di strano a cambiare tutto: che un angelo scenda dal cielo, armato di tutto punto, oppure che Mosè, o Elia in persona, escano da una nuvola per liberarlo dalle mani dei nemici.

 

Non accadde né l’una né l’altra cosa. Tutto andò secondo le previsioni più funeste, ma tutto avvenne a suo tempo, in modo che ogni singolo istante si piantasse ben bene nella mente di quelli che stavano guardando, così che almeno l’infamia non potesse essere dimenticata tanto facilmente.

La gente che seguiva la croce era gente come tutta la gente del mondo. Non erano cristiani provetti, qualcuno ci credeva, qualcuno no. Erano il mondo stesso, noi, tutti gli uomini di tutti i tempi, dall’Uomo di Neanderthal ai nostri ultimi eredi del tempo futuro.

Questo è il Cammino della Croce: si va dietro a Cristo, si cammina dietro di Lui. A chi segue questa via non viene chiesto nulla, non ci sono precondizioni, non gli viene chiesto di meditare, anche perché il più delle volte anziché meditare si rimugina. Non gli viene chiesto nemmeno di credere. Basta la curiosità, basta quel filo infinitesimale di umanità che ci consente di camminare e di domandarci: perché stanno uccidendo quell’innocente?

La cosa che fa paura è, infatti, l’idea che sia possibile non porsi più nemmeno una domanda come questa, e che l’ingiustizia, la violenza e la sopraffazione, unite alla nostra cattiva volontà, ci abbiano resi completamente indifferenti.

Nel Cammino della Croce noi seguiamo non tanto Dio che muore, quanto un innocente che muore e accetta di morire. Seguendo questo cammino, con il filo di curiosità che non ci fa arrestare il passo, potremo alla fine constatare anche noi, ciascuno per sé, con un atto personale, che “veramente quell’uomo era Figlio di Dio”.

 

 



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