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SHOAH/ L’omelia del Venerdì santo, pietra miliare nel dialogo ebrei-cattolici

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Benedetto XVI (Ansa)  Benedetto XVI (Ansa)

 

É all’interno di questo discorso sulla violenza che negli ultimi tre capoversi Padre Cantalamessa affronta il tema del rapporto con i “fratelli ebrei”; per inciso né maggiori né minori, ma uguali, eliminando così quegli equivoci e malintesi circa la primogenitura di Giacobbe, minore di Esaù e la sua sostituzione con la nuova Alleanza (cristiana), al posto della prima (ebraica). Nel riconoscere che “Essi sanno per esperienza cosa significa essere vittime della violenza collettiva e anche per questo sono pronti a riconoscerne i sintomi ricorrenti” si cita la lettera dell’amico ebreo in cui si esprime solidarietà nei confronti dell’"attacco violento e concentrico contro la Chiesa" e si ravvisa nell’"uso dello stereotipo, il passaggio cioè della responsabilità e colpa personale a quella collettiva, qualcosa di analogo agli aspetti più vergognosi dell’antisemitismo".

 

La lettera conclude affermando che le due Pasque, pur avendo elementi di alterità (cioè di diversità assoluta) vivono comunque nella speranza messianica che sicuramente ci ricongiungerà nell’amore del Padre comune. Agli auguri di Buona Pasqua rivolti a tutti i cattolici, Padre Cantalamessa risponde “auguriamo ai fratelli ebrei Buona Pasqua”, e cita poi le parole di rabbi Gamliel della Misha e dell’Haggadà, passate poi nella più antica liturgia cristiana.

 

Poiché il termine Shoah non compare mai nel testo dell’omelia, mentre su tutti i giornali, in tutte le interviste, viene utilizzato, dovremmo concludere che “qualcosa di analogo agli aspetti più vergognosi dell’antisemitismo” è identico a Shoah. Ora se il termine Shoah non può essere identico a nessun altro, si potrebbe tentare una analogia con termini come “genocidio”, “soluzione finale”, “annientamento” e similari, mentre il termine usato nella lettera e riportato da Padre Cantalamessa, per quanto forte, ha una accezione esclusivamente culturale, che può sì preludere ad atti concreti, ma che comunque non li contiene, così come, ad esempio l’antisemitismo francese dell’epoca di Dreyfus non ha comportato una pratica di tipo nazista per la quale soltanto è stato coniato il termine Shoah. Credo che nessuna logica, da quella aristotelica a quella analitica del '900, consentirebbe questo salto logico, che è stato reso possibile, solo per una maliziosa estrapolazione di una frase dal suo contesto.

 

 

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