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FINANZA/ La crisi è colpa della Chiesa... L'ultima trovata degli economisti all'americana

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«In forma sottile - dice Zingales - noi finiamo per validare questa scelta come decisione giusta» in quanto “unica soluzione razionale” e, in qualche modo «trasmettiamo la convinzione che non puntare sull’equilibrio rappresenti una scelta idiota» e così si finisce per far passare il “tradimento” come scelta “giusta”, con la conseguenza che «in qualche misura contribuiamo proprio al deterioramento di quel capitale civico». «Come economista - continua Zingales - mi pongo quotidianamente il problema di cosa insegnare ai miei studenti. Devo limitarmi ad illustrare loro delle equazioni alla lavagna o devo offrire anche elementi prescrittivi all’agire di futuri economisti?». Un bel dubbio. In altre parole il professor Zingales sta dicendo che non sa se insegnare cose giuste o cose semplicemente logiche senza porsi il problema che siano giuste o meno. Per molti professori, infatti, se tradendo il proprio compagno si ha un vantaggio per sé, ciò è logico e, quindi, non ha nemmeno senso porsi la domanda se sia anche “giusto”. Questo passaggio è davvero interessante perché mostra come la razionalità abbia sostituito, nelle aule delle Università, l’umanità, che è fatta di scelte sulla base di una scala di valori. E mostra anche come gli economisti di oggi stanno preparando gli economisti di domani.

 


Il secondo punto riguarda il ruolo della Chiesa cattolica nello scoppio della crisi finanziaria. Stabilito che il problema è anche etico, allora occorrono dei “paletti”, dei “limiti” all’agire economico delle persone e delle aziende. E chi mette questi paletti? Zingales sostiene che debba essere la società a sanzionare chi sbaglia. E qui l’accusa alla Chiesa: «Non vedo un numero sufficiente di persone pronte a scandalizzarsi. Individuo in questa lacuna una grave mancanza da parte della Chiesa» perché «a me pare che spesso anche la Chiesa finisca con il risultare connivente con queste situazioni: proprio in quei casi nei quali anzi dovrebbe ergersi a giudice morale: proclamare la contrarietà e l’immoralità al proprio insegnamento di certi atteggiamenti: in alcuni casi addirittura rifiutare tra le proprie fila chi li mette in atto. Perché, mi chiedo, i divorziati non sono ammessi alla comunione mentre non esistono sanzioni altrettanto severe per le violazioni etiche in campo economico?». E poi aggiunge: «Nei paesi di religione protestante (…) ogni parrocchia ha un consiglio i cui componenti danno indirizzi, lanciano moniti e quindi comminano una sanzione ai propri fedeli».


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COMMENTI
27/04/2010 - Qualche riflessione. (Francesco Prati)

Premesso che non condivido alcune delle tesi del prof. Zingales, soprattutto nel parallelismo tra cultura cattolica e cultura protestante, ritengo che spesso ci si dimentichi di come nella storia, importanti innovazioni economiche siano state compiute da religiosi cattolici (penso soprattutto alla nascita dei "monti di pietà" diventati poi banche o alla nascita dei "bilanci a partita doppia", ma gli esempi non mancano...) Ancora una volta, però, trovo irrispettosi e privi di correttezza gli attacchi a chi si è distinto per i propri studi anche all'estero (come se uno si dovesse vergognare di essere un "economista all'americana" o facili ironie quali "colpa dell’aria rarefatta che si respira nella prestigiosa Università di Chicago") Per concludere, il citato "dilemma del prigioniero" apre le porte ai discorsi sul ruolo della "fiducia" nel mercato. Ruolo che è fondamentale in una società avanzata, e senza il quale nessun tipo di scambio commerciale potrebbe esistere. Il problema del professore tra l'insegnare "cosa si ritiene giusto" e "cose logiche" o semplicemente tecniche non lo trovo così banale. Personalmente preferirei un insegnate che mi dia tutti gli strumenti possibili, lasciando a me la decisione su cosa sia etico e cosa no, piuttosto che un'accurata censura sul sapere. Mi chiedo infatti se sia giusto, per esempio, che nel caso un docente non ritenga "etico" il prestito di denaro, i suoi studenti non sappiano calcolare i tassi d'interesse composti!