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POESIA/ Così María Zambrano ci insegna a leggere la "meraviglia del mondo"

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Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti  Ernesto Treccani (1920-2009), I musicanti

Scartare un regalo: questo è leggere una poesia. Senza restare impigliati nell’intrico delle nostre conoscenze e preoccupazioni; senza che la distrazione e la fretta, fermandosi sui dettagli, ci impediscano di vedere la realtà. Perché la poesia, in primo luogo, è un’esperienza reale (e storica), a cui ci si deve, semplicemente, arrendere. In un articolo del 1989, apparso sul quotidiano spagnolo ABC, María Zambrano scrive: «Le parole sono la meraviglia del mondo, del mondo intelligibile, di quello che io conosco. Il che non vuol dire che possano essere intese; ma ci fanno intendere di essere la forma più perfetta di comunicazione. La parola è più trasparente».


Viene così definita la prospettiva entro cui ci si può collocare, oggi come sempre, per leggere la poesia. Per imparare a restituire alla parola poetica il suo tratto peculiare e irripetibile, tra le forme affollate del quotidiano: è una parola – quella del poeta – donata non per essere intesa, ma per farci intendere. Sollecitando la nostra partecipazione, per consentire l’avvento della (sua) verità.


A dispetto della tecnica e dell’empirismo incombenti, secondo María Zambrano la poesia è vivencia, fonte viva che salva la ragione e la riscatta da ogni schematismo idealistico, da ogni riduzione fenomenologica. La poesia ospita il pensiero nella sua fase nascente: offre uno sguardo sul mondo che rende più ricca l’esperienza del vivere. Restituisce la voce del cuore: non tanto la sede degli affetti e delle emozioni, quanto la misura ultima e radicale di ogni creatura, il centro etico (non sentimentale) che dice il valore autentico dell’individuo.


Quel punto che unifica ragione, volontà e sentimento, e definisce il volto dell’uomo. La poesia è testimonianza di un pensiero libero da ogni forma di astratta superbia o ambizione. Per osservarne il riverbero, dunque, bisogna imparare a non essere presuntuosi. Etimologicamente vanità e sospetto vanno a braccetto: chi presume, infatti, pretende di conoscere senza un fondamento, senza esporsi alla realtà nella sua evidenza integrale. In un articolo pubblicato su El Paìs nel 1984, María Zambrano aggiunge: «Io non ho vissuto di idee ma di esperienze. La mia vera vocazione è stata quella di essere, non di essere qualcosa».


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