BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

ETA’ CLASSICA/ La "follia" dei Greci: patologia clinica o domanda di senso?

Pubblicazione:

Antonio Canova, Amore e Psiche (1788)  Antonio Canova, Amore e Psiche (1788)

Qui sta il punto critico. L’ideale greco della sophrosýne, il pensiero retto ed equilibrato, può divenire grettezza o addirittura pretesa, se non addirittura manipolazione della verità (non a caso san Paolo proporrà una polemica molto forte contro la sophia pagana e i suoi limiti). Ma anche le forme di sophia alternativa presentano rischi. L’apice di questo dissidio tra i due differenti modi di conoscere e concepire la realtà è nelle Baccanti di Euripide, un dramma affascinante e misterioso, che mette in scena il contrasto tra una “sapienza che non è sapienza” e un culto religioso basato sull’esaltazione mistica: le donne di Tebe si lasciano trascinare dal culto di Dioniso, dio giovane e potente, ma questo coinvolgimento sfrenato le porta alla follia e all’orrore dell’omicidio. La chiusa del libro offre una chiave di lettura importante: «Entrare e uscire dalla follia non è indolore. Il dolore è il terribile compagno di strada della pazzia. Dioniso ha redento con le sue danze estatiche, Dioniso ha ucciso: è un dio (come dice Euripide) “terribile e dolcissimo”». In questo connubio di dolcezza e di orrore consiste l’aspetto problematico di tutta la vicenda: una delle supreme contraddizioni dell’esperienza greca.


Ci permettiamo un paio di osservazioni critiche. L’epigrafe all’inizio del primo capitolo è una frase di Ippocrate in cui si dice che «tutto è divino e tutto è umano». Non sempre il testo tiene conto del fatto che la dimensione religiosa costituisce un elemento sempre essenziale del pensiero greco. Pensare di affrontare coi soli strumenti della psicoanalisi e dell’etnologia la cultura greca (pag. 165) può essere fuorviante. Il costante colloquio fra uomini e divinità che si ha nei poemi omerici non è frutto di stati allucinatori, ma diretta conseguenza del desiderio che il greco ha in ogni epoca di incontrare il trascendente: oltre tutto il riferimento è a un testo poetico che narra le vicende di eroi e personaggi del mito, non al resoconto di una seduta di psicanalisi. Il libro non tiene conto della percezione del divino che anima l’uomo antico, il quale tende a vedere ovunque (o desidererebbe ardentemente vedere) l’operare di una divinità.


Clicca >> qui sotto per continuare l’articolo
 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >