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MEDIOEVO/ Giovanni di Fécamp, l'abate poeta che esaltò Cristo innamorato dell'uomo

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È recentemente uscita da Jaca Book l’edizione aggiornata di Pregare nel Medioevo di Giovanni di Fécamp, a cura di Giorgio Maschio. Nella breve e interessante introduzione si traccia la storia di quest’opera a lungo attribuita per la sua bellezza ora a sant’Agostino, ora a sant’Ambrogio, ora a Cassiano, cioè ad alcuni dei Padri più sovente riecheggiati. Si tratta di un libro di preghiere, simile a quelli utilizzati da monaci e laici già dall’età carolingia, composti dai compilatori alternando brani dei Padri, litanie, preghiere e salmi, allo scopo di favorire la lode di Dio e il dono dello Spirito.

 

L’autore è un monaco originario di Ravenna, nato attorno al 990, formato nel monastero di Digione e successivamente priore e abate nell’abbazia di Fécamp in Normandia, che governò fino alla morte, avvenuta nel 1078. Egli scrive innanzitutto per se stesso, per avere a disposizione brevi testi, per usare le sue parole, da poter leggere nei momenti di aridità, capaci di riaccendere il fuoco dell’amore per te, che facilmente si spegne. Ma altri chiedono le sue pagine ed egli volentieri le mette a disposizione. Esse passano tra le mani degli amici e vengono largamente ricopiate, fino a essere stampate in epoca moderna. Il loro autore cade nell’oblio, fino a quando viene riscoperto nel 1946 come uno dei più autorevoli esponenti della riforma cluniacense e il più notevole scrittore spirituale prima di san Bernardo.



La Confessione teologica di Giovanni di Fécamp è in fondo un’opera di amicizia spirituale e di essa conserva il profumo buono e persistente, offerto nella trasparenza di una forma accurata. Non c’è in lui alcuna allusione autobiografica come in sant’Agostino o alcuna preoccupazione pastorale, come in san Gregorio Magno. Centro della sua teologia è il mistero della Redenzione, con un accento inconsueto di devozione all’umanità di Cristo, dolce Signore innamorato dell’uomo, ben prima dei tempi di san Bernardo e di san Francesco. Il testo latino offre l’esempio dell’uso sapiente delle figure retoriche più semplici e frequenti, quali l’anafora e il parallelismo, che la bella traduzione italiana riesce a conservare.

 

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