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MILANO/ Il destino della colomba sono gli artigli dell’aquila?

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È interessante notare che la parola meschino, da una radice araba risalente all’antichissimo accadico, porta con sé il significato di misero e triste, anzi in Dante è usata unicamente con l’accezione di “servo”. Se osserviamo le cose come stanno non possiamo non avvederci che la meschinità provoca sia in chi la subisce sia in chi la vive come sistema di comportamento, a prescindere dalla consapevolezza che se ne ha, una sorta di restringimento degli orizzonti e di asfissia. Forse è per questo che san Paolo supplica in modo così commovente i cristiani di Corinto di fargli spazio nel loro cuore, non solo perché la sua parola venga accolta, ma soprattutto perché egli li ama e nota che “è nei vostri cuori che siete allo stretto”.

 

Abbiamo tutti bisogno di allargare i paletti della nostra tenda o, come dice una bella pubblicità della Lacoste, di “un peu d’air sur la terre”. Del resto nella memoria di ciascuno è indelebile il ricordo di qualche attimo vissuto con una persona cara, una parola, uno sguardo, un abbraccio, rari momenti in cui appartenenza e libertà fanno tutt’uno, in cui l’estraneità pare vinta senza che il legame diventi una ragnatela soffocante.

 

Sono questi frammenti conservati che aiutano a superare la delusione sempre in agguato e la conseguente pretesa che l’altro capisca e corrisponda; essi indicano che la meschinità ricorrente non è l’ultima parola, che è possibile quella magnanimità in cui l’uomo dimostra di non essere servo, ma veramente padrone di sé. Allora l’attesa del ripetersi di ciò che è stato può diventare più certa e più buona.

 

 



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