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MILANO/ Il destino della colomba sono gli artigli dell’aquila?

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Cronaca di una lotta contro la malinconia che assedia giornate pesanti di pioggia. Afferma Virgilio in alcuni versi della nona Bucolica che la poesia conta tra le armi della guerra quanto le colombe al sopraggiungere dell’aquila. Più vicino a noi, una cartolina spedita alla moglie pochi giorni prima di morire da uno dei soldati caduti a Nassiriya nel 2003: “Saluti da questi luoghi ricchi di storia che la pochezza degli uomini ha reso infelici”.

 

Noi non viviamo costretti all’esilio da territori confiscati e neppure in mezzo alle bombe, però molto spesso siamo vittime di relazioni che ci provocano una tristezza che non passa, per quanto ci sforziamo di svagarci o di pensare ad altro. Parlarne con altri non serve, e neppure riflettere su quanto Gesù stesso possa essere stato ferito dalla grossolanità degli uomini con cui viveva.

 

La nostra guerra si chiama calcolo, parola tipicamente borghese, per quanto sia antipatico anche solo scrivere questa parola. Il calcolo di quanto abbia ragione io, di quanto torto abbia tu nel vano sforzo di misurare col bilancino la nostra giustizia; il calcolo di quanto tu mi servi, di fino a che punto ti possa usare in modo tale che l’estraneità reciproca non venga scalfita.

 

È così che la colomba viene arraffata dagli artigli dell’aquila, non per essere portata in alto, ma per morire. Così il nostro povero cuore bisognoso di gratuità e di grandezza diventa meschino nelle grinfie della misura.

 

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