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LETTURE/ Von Balthasar e quell’amore credibile che rivela Dio

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Non possiamo che evocare a grandi linee lo stile di approccio a cui Balthasar introduce: tutto tradizionale nel suo impianto, e nello stesso tempo fresco, agile e nuovo nel suo modularsi secondo la mentalità e il linguaggio dell’oggi che ci è più vicino. Diciamo subito che l’accento fondamentale è messo sul dinamismo inesorabile della carità divina che si dispiega “scendendo nel gran smarrimento del mondo”, attraversando “tutte le tenebre” del distacco e dell’assunzione del male che si nasconde nella realtà del creato, fino al culmine del “cuore spezzato” di Gesù sulla croce, fino alla sua misteriosa “discesa negli inferi del sabato santo”.

 

La cosa grandiosa di questa ri-centratura sul mistero dell’amore che si offre eternamente messo in moto dalla pietà per il nostro niente è il suo sicuro ancoraggio oggettivo: qui l’evento cristiano perde ogni possibile alone residuo di sentimentalità patetica e visionaria, e ritrova la semplicità della sua aderenza alla struttura di fondo dell’Essere che si comunica rovesciandosi nel mondo e restituendolo salvato come dono, attraverso il Figlio, al Padre che lo genera. Solo così, in senso pieno, Dio si rivela come carità: “Deus charitas est”.

 

Inoltre, dal punto di vista dell’uomo che è chiamato a diventare testimone di questo fluire della misericordia di Dio dalla sorgente ultima che la alimenta, si sottolinea in modo risoluto l’idea che, con questo suo donarsi fino allo svuotamento di sé, Dio svela e rende condivisibile, come un ordine diverso di esperienza in cui mendicare umilmente di essere assorbiti, l’intima natura che lo costituisce. Nella disseminazione del suo amore commosso per l’uomo, Dio “si manifesta”. C’è una carica potentemente trasformatrice che si racchiude in questo dinamismo di processo che si compie nella storia dell’uomo (e che attraverso una lunga catena di mediazioni, di incontri e di testimonianze di santità può alla fine raggiungere anche noi).

 

La “manifestazione” dell’amore divino è nello stesso tempo la sua “esaltazione” e la sua “glorificazione”. Nell’“amore travolgente” di Cristo per l’uomo, assolutamente libero, disinteressato, si “irraggia la schiacciante maestà della gloria di Dio”. Cristo è l’“autoglorificazione dell’amore divino”. Tutto il linguaggio religioso di Balthasar sposa la retorica paradossale della “gloria” che “risplende” nel segno umano del suo opposto, fino all’apparente sconfitta della Passione, nel supremo “atto di sottomissione e di obbedienza del Figlio verso il Padre”, che è “per essenza amore”, amore spinto fino al suo massimo grado di libera assolutezza.

 

Con ogni evidenza qui Balthasar riprende l’idea centrale del suo pensiero maturo, su cui gravita la parte di esordio della sua opera massima, l’“estetica teologica” dei volumi di Gloria. Ma la densa ricchezza della dottrina si mantiene sempre congiunta con la realtà di una incarnazione cristi-forme dell’evento della redenzione, come una promessa di vita nuova e di speranza per tutti.

 

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