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TEATRO/ Testori, così la parola diventa corpo e "redime" la vita

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 Quando sul palco e senza preavviso, un attore esprime qualcosa che può essere di aiuto a uno che è seduto lì di fronte a lui, fatto di carne e di ossa come lui, ma sconosciuto, questo atto di carità svela la radice del teatro e la sua unicità. E quando l’attore riesce ad offrire il dono della verità artistica, lo spettatore esce dal teatro cambiato, rigenerato e anche intimamente ferito, si sente meglio, si conosce meglio. È come un bambino. È capace di amare perché ha provato la commozione.

 

In un mondo di “orride plastiche” come quello che stiamo vivendo, il linguaggio universale del teatro allarga la percezione e l’esperienza interiore, arricchisce chi partecipa e, se riesce a farlo anche con un solo spettatore, significa che non è inutile, che e più di un semplice passatempo o di uno svago distratto. È una necessità. Le parole di queste Erodiadi provocano un senso di impalpabile benessere e riaccendono la curiosità verso ogni particella umana.

 

 

Le scene e gli attori delle due regine trasformano ogni pezzetto di realtà in frammenti d’arte che fanno compagnia al dubbio e hanno il retrogusto inquieto della provocazione. Ma, anche se indicano qualcosa che “sta prima”, non sono le opere e nemmeno gli artisti ad essere immortali. Eterno è solo questo improvviso faccia a faccia che può soccorrere uno spettatore nel buio del teatro e trascinarlo, gratis, alla contentezza della luce.

 

 

Lo spettacolo ormai non c’è più, ma resta ancora, strisciante tra le poltrone rosse della sala, una insolita sensazione di calma che l'arte turbolenta di Testori comunica, accompagnata da una pace che l'esperienza immediata non può trasmettere. La prova insuperabile di questi due grandi attori, che si muovono in dissonante equilibrio sul senso della vita, si è appena conclusa. Il sipario scorre lentamente. C’è uno strano brusio nella penombra. Il pubblico resiste ad alzarsi. Il tempo è immobile, fitto, eterno. «Ma davvero sublime è il calare del sipario e quello che si vede ancora nella bassa fessura: ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore, là un’altra afferra la spada abbandonata. Solo allora una terza, invisibile, fa il suo dovere e mi stringe alla gola» (Wislawa Szymborska). Ora il sipario è definitivamente chiuso. E la finzione lascia il posto alla vita.



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