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DIBATTITO/ Perché non è la scienza a dire cos’è bene e cos’è male?

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Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)  Jacques-Louis David, La morte di Socrate (1787)

 

Questo assetto motivazionale si è progressivamente alterato quando la forza della ragione ha cominciato a venire investita soltanto in un campo: l’indagine quantitativa della natura in nome di un progetto di dominio e aumento del benessere. Ma, continua Husserl, come un organo del corpo si ammala quando smette di assolvere alla propria funzione specifica, così una cultura si ammala quando smette di assolvere al compito cui la sua origine la destina. Nel caso della cultura occidentale questa malattia è il naturalismo: un’ipertrofia della ragione quantitativa e induttiva che, in base ai suoi innegabili successi in campo fisico, ha preteso e pretende di erigersi ad unica forma espressiva legittima della nostra vocazione razionale. E così ci troviamo a nutrire speranze segrete e desiderare che la scienza si pronunci su quello che ci sta più a cuore e ci dica, ad esempio, cosa è bene e cosa è male.

 

Husserl scriveva che «le mere scienze di fatto creano meri uomini di fatto». E tuttavia anche gli uomini di fatto nutrono la speranza segreta che le scienze naturali li elevino un giorno dalla sfera di ciò che è meramente empirico alla sfera del senso e del valore. È questa speranza - per lo più implicita e inconscia - che li spinge ad acquistare riviste come Knowledge.

 

«Professore, ma quindi quello che Husserl non condivide è che ci sia un solo modo di usare la ragione per scoprire cose vere? E come si fa a riattivare quei modi di usare la ragione che sono stati trascurati da quando si è affermato il naturalismo?». Poco prima che finisca l’ora è questa la domanda di Paul, che decidiamo di lasciare aperta per la prossima volta. Mentre esco sorrido tra me e me: già soltanto questa domanda è il segno che Paul (insieme a Husserl) si è lasciato il naturalismo alle spalle.

 

 



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