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REPLICA/ Doninelli: peggio della schiavitù, c’è solo il nostro moralismo

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1559-1600)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1559-1600)

 

Nel momento in cui uno capisce che quello è il suo destino, cosa può fare se non cercare di seguirlo? Così si diventa artisti, personaggi pubblici, chiamati a mettere nelle loro opere la vita del mondo che li circonda, i costumi, i progetti, le tare, fino al segreto dei cuori passando attraverso ritratti, paesaggi, vicende tragiche, casi ridicoli, e così via.

Parlando della vita, dipingendo la vita, scolpendo la vita, cantando la vita, è inevitabile che l’artista si imbatta nel potere. Qualsiasi tipo di potere. Giotto ha potuto affrescare la Cappella degli Scrovegni perché ha ottenuto la commessa da chi aveva il potere su quel luogo.

 

Avere il potere non vuol dire solo spadroneggiare (potere tirannico) o gestire (potere tecnocratico): vuol dire anche detenere un senso. Il senso della Sistina, per esempio, non ce l’ha Michelangelo, ma il Papa. Agli artisti questo piace, almeno finché questo senso non si trasforma in obbligo. Quando il potere diventa forte e richiede all’artista un’adesione di fondo, fino a diventare un funzionario dell’ideologia, allora la libertà dell’artista si mette in gioco. C’è chi ha aderito pienamente, come il nazista Heidegger o il fascista D’Annunzio, e chi si è opposto, accettandone le conseguenze.

Il vero guaio sta negli interpreti di questi fatti. Noi spesso giudichiamo queste cose in chiave moralista (su questo Tarantini ha ragione), definendo cattivi i primi e buoni i secondi. Qui sta la radice della confusione! Quello che dovremmo domandarci è se, agendo nel modo in cui hanno agito (nell’uno come nell’altro), questi uomini hanno salvato la possibilità di dire quello che dovevano dire.

 

Heidegger fu probabilmente un uomo orribile, così come Michelangelo fu un genio insopportabile. Ci furono però anche uomini di grande bontà e mitezza, che dalla furia del potere subirono ogni umiliazione. Quello che io so, ammirando le loro opere - e se necessario discutendole (una grande opera è sempre discutibile, l’indiscutibilità appartiene ai mediocri) - è che questi uomini, ciascuno secondo le proprie inclinazioni, ideologie, gusti ecc., hanno dato la misura di sé. Hanno detto fino all’ultima sillaba quello che ritenevano di dover dire. Hanno fatto le loro scelte cercando, sia nell’adesione sia nell’opposizione, di salvare il dono che avevano ricevuto, per donarlo al loro volta.

 

Ci sono stati, poi, molti portaborse del potere e molti “duri e puri” che erano, semplicemente, artisti mediocri. Mai fare di ogni erba un fascio, né in una direzione né nell’altra (sempre moralismo è). Arte e potere hanno spesso bisogno l’una dell’altro, ma la mia impressione è che, al fondo, non si conoscano. L’artista può essere più o meno furbo, ma il potere è sempre un’altra cosa. E il potere può essere più o meno magnanimo e praticare il mecenatismo, ma l’arte è sempre un’altra cosa. È il segno tenace, testardo della nostra strutturale debolezza, del nostro limite, segno indefettibile della nostra dipendenza.

 

 



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COMMENTI
26/05/2010 - e bravo Luca! (Carlo Rossi)

La chiave e' nella parte "arte e potere temo non si conoscono". E' verissimo intendendo con potere quelli che comandano. La cosiddetta arte di governare ha prodotto numerose sconcezze, a meno che non si voglia giustificare tutto. Resta da vedere cosa si intende con potere: perche' anche quello dell'artista e' un potere. Perche' sia gli ar tisti che quelli che comandano dovrebbero chiedersi a cosa (o chi) servono. Carlo Rossi

 
26/05/2010 - una piccola nota (laura cioni)

a quanto scrivi, Luca. Concordo con quanto dici. Spezzerei una lancia in più a favore del mecenatismo, così bistrattato dai moralisti. Senza di esso, saremmo tutti più poveri.