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REPLICA/ Doninelli: peggio della schiavitù, c’è solo il nostro moralismo

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Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1559-1600)  Caravaggio, Vocazione di san Matteo (1559-1600)

Ho letto e apprezzato l’editoriale del sussidiario apparso l’altro ieri, a firma di Graziano Tarantini, dal titolo “Ossessione etica”. E molte sono le riflessioni che ha suscitato.

Vorrei però soffermarmi su un’espressione che Tarantini butta lì un po’ frettolosamente, e che, detta così - e fatte salve le intenzioni, che condivido - appare molto ambigua e può dare adito a una certa confusione o a prese di posizione arroganti.

La frase è la seguente. “La storia letteraria, artistica e del pensiero del resto ha molto da insegnarci. È piena di portaborse del potere che hanno prodotto opere immortali, mentre di tanti uomini virtuosi e incorruttibili, alieni da ogni compromesso, non è rimasta traccia”.

 

Le cose non stanno esattamente così. La realtà viene prima delle nostre opinioni, anche quando queste opinioni sono giuste. Che tanti artisti abbiano predicato bene e razzolato male, come spiega Pigi Colognesi in un articolo comparso ieri, sempre sul sussidiario, è vero, come è vero che l’incoerenza e la fragilità morale inducono spesso l’artista poco provvisto di coraggio pubblico a farsi coraggioso perlomeno verso sé stesso. Penso sempre a un poeta secondo me sottovalutato, Giosuè Carducci, uno dei migliori poeti politici della nostra storia, in cui il tema del tradimento politico appare come un fil rouge importantissimo (molte sue opere, per esempio la celeberrima Davanti San Guido, sono piene di questa amarezza).

 

Tuttavia per trarre i giusti insegnamenti dalla storia letteraria, artistica e del pensiero occorre innanzitutto osservare queste cose con una certa attenzione, spenderci del tempo.

Qui, tra l’altro, non si tratta di coerenza o meno: Tarantini parla di portaborse, quindi di un’esplicita adesione a un progetto di potere.

Il problema del rapporto tra scrittori, artisti e potere è un problema complicato. I portaborse del potere che hanno prodotto opere immortali ci sono, ma non sono poi tanti. E comunque il problema non sta né nell’essere portaborse né nell’essere virtuosi e incorruttibili (anche perché quest’ultimo caso non si dà mai).

 

Se D’Annunzio, Sartre e Moravia sono stati a loro modo portaborse del potere (di questo o di quello poco importa), ci sono artisti che hanno rischiato la fucilazione (Dostoevskij), che hanno patito l’esilio (Ovidio), oppure sono stati messi al bando come si fa con gli scemi del villaggio (Cézanne), o in galera (Havel), o la scomparsa fisica unita alla dimenticanza (Grossman, Mandel’stam). In molti casi, furono proprio i cosiddetti portaborse a salvare da una sorte peggiore i loro colleghi messi al bando: c’è chi considera portaborse anche Boris Pasternak.

Ma il problema vero è che queste categorie non servono a capire come stanno le cose. Chi è l’artista? È un uomo che segue una certa predisposizione fino a che, spesso per casi fortuiti, questa predisposizione diventa un destino. Mio fratello scrive bene quanto me, ma io sono diventato scrittore e lui no.

 

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COMMENTI
26/05/2010 - e bravo Luca! (Carlo Rossi)

La chiave e' nella parte "arte e potere temo non si conoscono". E' verissimo intendendo con potere quelli che comandano. La cosiddetta arte di governare ha prodotto numerose sconcezze, a meno che non si voglia giustificare tutto. Resta da vedere cosa si intende con potere: perche' anche quello dell'artista e' un potere. Perche' sia gli ar tisti che quelli che comandano dovrebbero chiedersi a cosa (o chi) servono. Carlo Rossi

 
26/05/2010 - una piccola nota (laura cioni)

a quanto scrivi, Luca. Concordo con quanto dici. Spezzerei una lancia in più a favore del mecenatismo, così bistrattato dai moralisti. Senza di esso, saremmo tutti più poveri.