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MERCATO/ La ricchezza è un bene, ma essere ricchi ci fa più buoni?

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Il conforto e il piacere, del cibo adeguato, vestiti e proprietà, sono tutti intrinsecamente buoni. Infatti, l’abbondanza materiale, nel suo significato fondamentale, è un segno continuo della sovrabbondanza caratteristica dell’atto originale di creazione di Dio. La relativa abbondanza di beni materiali è quindi essa stessa un elemento di “qualità”, non soltanto di “quantità”. E certamente non si può esercitare pienamente la libertà e l’intelligenza, se si sta morendo di fame. Il cibo e una casa hanno una certa priorità evidente. Allo stesso tempo è cruciale osservare che l’attività economica indirizzata a soddisfare il desiderio umano di cibo e casa e l’abbondanza che si sviluppa in seno a questa attività devono essere integrate con il bisogno radicale che l’uomo ha di un significato: cioè l’amore all’interno del costitutivo rapporto con gli altri.

 

Un concetto adeguato di ricchezza include soprattutto la ricchezza nel proprio rapporto con Dio (Lc 12, 21), con un padre e una madre, con una famiglia, con la propria comunità civile e con il mondo della natura (tutto ciò presuppone una ricchezza materiale sufficiente, precisamente per queste relazioni ed integrale ad esse). Povertà, nel suo senso più profondo, consiste dunque nella povertà di significato che risulta dalla frammentazione di questi rapporti. Il titolo del dibattito che ha dato origine a questo capitolo, “Anime in cattività”, indica proprio questa povertà di significato.

 

Le forme storiche dominanti di socialismo e capitalismo liberale alimentano entrambe questa povertà di significato come conseguenza della loro logica interna, anche se in modi non uguali e asimmetrici.

 

(1 - continua)

 

 



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