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MARTIN AMIS/ La letteratura "totale" che smonta l’ideologia e torna alle cose

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Martin Amis  Martin Amis

Di tutto le concede di occuparsi, ovunque la lascia infiltrarsi, sempre convinta che, come ha scritto Amis ne Il secondo aereo, «la letteratura - l’insieme delle opere scritte - è da sempre il più tenace candidato alla trasformazione in oggetto di culto, in parte perché include con noncuranza la Bibbia e tutti gli altri testi sacri. Ha anche un vantaggio rispetto alle fedi convenzionali nel senso che, alla fine, offre qualcosa di tangibile da venerare: qualcosa di illimitato, bellissimo e divinamente ingegnoso».


Così “divinamente ingegnoso” - aggiungerei - che si potrebbero sfidare le granitiche convinzioni antireligiose di Amis proprio su questo stesso terreno poetico e programmatico, accostandolo al folgorante distico di un autore che adottò la stessa “prospettiva totale” a partire da un fondamento oltremodo differente: «solo una cosa è necessaria - tutto - il resto è vanità di vanità» (G. K. Chesterton, Ecclesiastes).


Martin Amis è scrittore controverso per molti tratti; quasi sempre indigesto per una certa intellighenzia liberal-left con propensione alla raccolta-di-firme (round-robinocracy), capeggiata, secondo David Aaronovitch, da Terry Eagleton; spesso disgustoso per il credente, che non riesce a confrontarsi con il senso e l’obiettivo di affermazioni come la seguente: «un’ideologia è un sistema dottrinale con un fondamento inadeguato nella realtà; una religione è un sistema dottrinale senza alcun fondamento nella realtà» (Il secondo aereo).


Tuttavia, se scopo anche della letteratura - come della vita - «non è una beatitudine privata, bensì il tutto» (Joseph Ratzinger); se è vero che è «oggetto della letteratura è la stessa condizione umana», per cui «chi la legge e la comprende non diventerà un esperto di analisi letterarie, ma un conoscitore dell’essere umano» (Tzvetan Todorov); allora, particolare gratitudine si deve a Martin Amis per quella sua frequente (e non di rado crudele) inclinazione a strappare la nostra esperienza letteraria ai «sogni solipsistici a occhi aperti: per occuparsi, nel migliore dei modi, dei fatti della vita» (Il secondo aereo). 



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