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FEDE & RAGIONE/ La laica Francia chiede aiuto alla religione, ma non ha il coraggio di parlarne

Sainte Chapelle, Parigi Sainte Chapelle, Parigi

 

Ma come riprendere quella via d’intendimento apparentemente chiusa? Bernheim, partendo da una tradizione religiosa ancorata sull’esperienza della concretezza del rapporto umano e dell’importanza dei luoghi, insiste sulla necessità di uscire dai termini astratti del dibattito. Bisogna riprendere la «discussione faccia a faccia, gli occhi sugli occhi, fuggendo dal piacere facile dei monologhi» e sapere che «la storia non è una fantasia, ma si costruisce, adesso e sempre, ancorata in dei luoghi precisi». È necessario «servirsi del patrimonio della nostra esperienza (…) per trovare fra di noi gli sguardi, i gesti e le parole che ci permetteranno di creare, là dove siamo, la pace, la disciplina, la solidarietà e la dignità».

 

In questo senso dovrebbe essere molto più spesso ripreso, e soprattutto applicato concretamente, il discorso pronunciato dal presidente Sarkozy a San Giovanni in Laterano nel dicembre del 2007. Davanti a Benedetto XVI disse in quell’occasione: «mi auguro profondamente l’avvento di una laicità positiva, cioè una laicità che, pur vegliando sulla libertà di pensare, su quella di credere o non credere, non considera che le religioni siano un pericolo, ma piuttosto un punto a favore. Si tratta (…) di cercare il dialogo con le grandi religioni di Francia e di avere come principio quello di agevolare la vita quotidiana delle grandi correnti spirituali piuttosto che di cercare di complicarla a loro».

 

In quell’occasione la Francia laicista diede una lezione teorica di vera laicità a tutta l’Europa. Avrà il coraggio, come rivendica Bernheim, di permettere le sue conseguenze pratiche e le sue traduzioni concrete? E soprattutto, ci sarà qualcuno in Francia che avrà l’audacia di intraprenderle?

 

 

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