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FEDE & RAGIONE/ La laica Francia chiede aiuto alla religione, ma non ha il coraggio di parlarne

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Sainte Chapelle, Parigi  Sainte Chapelle, Parigi

La Francia sta vedendo riaccendersi, nelle ultime settimane, il dibattito sulla laicità. Alcuni fatti ne hanno contribuito a ciò: la proposta di legge promossa da Sarkozy riguardo il divieto del burqa in tutti i luoghi pubblici, gli attacchi israeliani di qualche giorno fa o il mitragliamento di una moschea a Istres, nel sud della Francia, sono solo tre esempi delle continue frizioni in materia di convivenza che tormentano in continuazione la nazione culla della laïcité.

 

Tutti questi avvenimenti mettono di nuovo sulle prime pagine dei giornali il dibattito intorno ad un modello di convivenza che sembra non riuscire a rispondere alle sfide di un mondo, e senz’altro un’Europa, sempre più obbligata a ripensarsi in termini di rapporto reale e non più di tolleranza astratta.

 

Di recente è apparso su Le Monde un articolo del Grande Rabbino della Francia, Gilles Bernheim. In esso la voce pubblica dell’ebraismo francese si esprimeva molto chiaramente: «le religioni - scriveva - possono contribuire a creare una Francia più pacifica». Parole che non possono essere date per scontate nel paese che, insieme alla “moderna” Turchia, ha compiuto più fedelmente il progetto di trasformazione dello spazio pubblico-concreto in uno spazio vuoto-astratto. «Ognuna delle grandi religioni e filosofie presenti nel nostro paese - continuava - possiede dei tesori di ragione, giustizia e pace che deve mobilitare per aiutare la République», perché «aldilà delle divergenze dogmatiche, tutti gli uomini di buona fede possono intendersi».

 

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