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MERCATO/ Ecco perché Benedetto XVI ha capito più l’economia di Adam Smith

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La mia visione di questa questione, al contrario di quella di Smith, segue una tradizione di pensiero recentemente articolata nell’enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est: l’amor proprio e l’amore altro-centrico sono uniti nella loro distinzione, in modo che il sé ama se stesso veramente in quanto sé, soltanto dentro il suo amore che è ordinato verso gli altri e incentrato in altri. Il sé ama davvero se stesso, ma solo conoscendosi in quanto da e per altri, anche quando questa conoscenza non è riflessiva o esplicita.

 

Il senso riduttivo di Smith non viene compreso adeguatamente neanche quando si insiste, come molti fanno in sua difesa, sul fatto che lui intenda la reciprocità come una componente dell’interesse proprio, rettamente compreso. Strumentalizzare reciprocamente è comunque strumentalizzare, non è ancora generosità reciproca. Il punto è che l’interesse proprio reciproco chiede di essere trasformato in un amore reciprocamente generoso, precisamente come la condizione interna e la forma della sua realizzazione come reciproco interesse proprio. Solo una tale trasformazione, infatti, rende ragione del significato più profondo del sé, in quanto da e per altri.

 

Ciò che sembra una domanda arcana e tecnica qui fa tutta la differenza, in merito al giudizio che figura nel titolo del presente capitolo. La frase di Smith, come interpretata generalmente, implica che il pane, il produttore e il consumatore del pane, saranno tutti resi migliori agganciando l’interesse proprio del consumatore a quello del produttore. La logica dell’argomento di Smith contiene una dinamica che non mira a cuocere il pane migliore, ma a produrre ciò che sembra essere il miglior pane, in un modo che strumentalizza il significato del sé del produttore-fornaio sia del consumatore-cliente. Lo scopo del panettiere, secondo Smith, è avere un profitto. E per ottenerlo la qualità del pane è soltanto uno strumento.

 

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