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MERCATO/ Ecco perché Benedetto XVI ha capito più l’economia di Adam Smith

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Lo scenario migliore, dunque, sarebbe quello in cui il panettiere riuscisse continuamente ad abbassare i prezzi e il tempo impiegato a produrre il pane, riducendo la qualità degli ingredienti che usa, ma mantenendo nello stesso tempo la sembianza di qualità più alta possibile. Non c’è nulla nella logica dell’argomentare di Smith che richieda che il panettiere faccia pane che sia intrinsecamente della qualità più alta, proprio per essere buono. Il pane, secondo Smith, trova il suo valore strettamente in quanto è uno strumento verso un fine. Gli strumenti hanno, per definizione, il proprio valore nel loro fine. La qualità del pane, tutte le “virtù” che sarebbero comprese nella sua produzione e commercializzazione sono strumenti del profitto, che solo è il fine di questa attività.

 

Da notare che il mio argomento non vuole negare il profitto legittimo né l’utilità reciproca nel processo del realizzare profitti. Vuole insistere semplicemente sul fatto che il profitto e l’utilità siano visti come caratteristiche intrinseche e quindi subordinate al servizio all’altro nella sua interezza. Dobbiamo richiamare qui la comprensione “classica” dell’essere umano, in cui la bontà inerente all’essere nella sua datità naturale include la sua “utilità” agli altri esseri: è nell’essenza stessa di ciò che è buono condividere se stesso (bonum est diffusivum sui).

 

Ancora, il servizio all’altro nella sua interezza non è da essere compreso nei termini di una perfezione astratta e utopica. Al contrario, questo servizio concepito rettamente sempre riconosce i limiti reali e materiali che segnano ogni amore generoso nel mondo finito, e anche pieno di peccato. Il punto è semplicemente che il bisogno di ordinare il profitto e l’utilità in termini di servizio generoso non può essere messa da parte nel nome di un realismo mondano ritenuto più adeguato.

 

(2 - continua)

 

 



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