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LA STORIA/ 2. Morimondo, un architetto e la grazia di un "sogno" che dura da 900 anni

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L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)  L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)

L’anima del complesso di Morimondo era lacerata fin dal 31 maggio 1798, quando la Repubblica Cisalpina soppresse il monastero, incamerando il complesso delle proprietà demaniali, lasciando chiesa e palazzo abbaziale alle pubbliche attività e alienando a privati il cenobio monastico e parte del chiostro. Proprio lì, simbolo della divisione imposta da Napoleone, si ergeva un muro a dividere le tre proprietà e ferire l’unitarietà di forma e funzione, architettura e vita che aveva generato il fiorire dell’antico luogo.


«Io non so - racconta a Tempi Rondena - cosa abbiano visto Spelta e Carminati il giorno che feci irruzione in Comune. So che amavo l’Abbazia fin dai primi anni Settanta, quando con gli amici di Gioventù Studentesca organizzavamo le gite fuori porta e, col pallino dell’architettura, sognavo di rimettere in piedi quel luogo deteriorato dal tempo». Qualcosa devono aver visto se con un atto di coraggio e impopolare per un amministratore occupato a far quadrare i bilanci e realizzare opere pubbliche, il consiglio comunale delibera, nel 1981, di acquisire al bene pubblico anche il cenobio monastico per 700 milioni di lire. Spelta chiede a Carminati, suo uomo di fiducia nella pianificazione urbanistica, e poi anche a Rondena, fresco di laurea in architettura, di seguire i lavori. «Sprovvisti delle risorse economiche che potevano garantirci di veder realizzato qualcosa di più di qualche puntellazione dei corpi di fabbrica, inizia la nostra avventura».

 

Nel 1296 i “dodici” erano diventati una comunità numericamente significativa. Il cantiere dell’Abbazia, innalzata nel 1182, era proseguito a rilento: più volte i 50 monaci claustrali e i 250 conversi erano stati costretti a riparare a Chiaravalle per scampare ai saccheggi e alle distruzioni dei miliziani di Pavia. Ma adesso l’Abbazia era ultimata e si ergeva dal promontorio, caso più unico che raro nell’alveo delle abbazie cistercensi, su quattro livelli, abbracciata alle propaggini della collina come fosse sempre stata lì, a dominare la valle.

 

Un territorio che si estendeva fino alla Zelata di Bereguardo, e che i conversi avevano trasformato in fertile zona con coltivazione a marcite, realizzando canali di irrigazione e decine di grange, gli avamposti agricoli antesignani delle cascine lombarde. «Uomini silenziosi si vedevano nella campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando, e costruendo, e altri uomini silenziosi, che non si vedevano, stavano seduti nel freddo chiostro, affaticando i loro occhi e concentrando la loro mente per copiare e ricopiare penosamente i manoscritti ch’essi avevano salvato», scrisse il cardinal John Henry Newman (Historical Studies, II). «Nessuno di loro protestava su ciò che faceva; ma poco per volta i boschi paludosi diventavano eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio, seminario, scuola e infine città».


Mentre si dà corso alla pulizia della parete occidentale del loggiato, dopo moltissime ore di lavoro, inizia ad affiorare qualcosa a cui «nessuno studio sui cistercensi - ordine a cui San Bernardo aveva proibito la decorazione in favore di architetture austere ed essenziali - ci aveva preparato. Intrecci di fiori e foglie, croci intrecciate, perfino una rappresentazione del mondo allora conosciuto, oceani, Asia, Europa e Africa, fanno capolino dagli strati di intonaco rivelando una trama decorativa di bellezza impressionante». «Riusciamo perfino a liberare un affresco di epoca cinquecentesca raffigurante il complesso monastico e le grange più vicine. Più lavoriamo, più quel luogo inizia a parlarci di sé e dei giganti che ci hanno preceduto».


 

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