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LA STORIA/ 2. Morimondo, un architetto e la grazia di un "sogno" che dura da 900 anni

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L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)  L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)

Le risorse arrivano col contagocce, tutto è tarato sul frammento per tamponare le situazioni di emergenza, rafforzare la struttura e preservarla da ulteriori danneggiamenti. Un disegno complessivo è impensabile fino ai primi anni Novanta, quando Regione Lombardia assegna a Morimondo due contributi Frisl (Fondo ricostituzione infrastrutture sociali Lombardia). Rondena e Carminati realizzano allora un progetto preliminare di recupero, avviando di concerto con l’amministrazione comunale una campagna culturale di sensibilizzazione sulle condizioni di quel bene millenario e unico nel suo genere che rischia di scomparire.

 

Viene pubblicato anche un libro, Morimondo troppo tardi?, curato dall’arch. Santino Langè, e animata - con il comune di Morimondo e limitrofi, le parrocchie, la Curia milanese e Regione Lombardia - la nascita della Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo (dalle note di possesso dei codici miniati prodotti all’interno dello scriptorium monastico nel dodicesimo e tredicesimo secolo), allo scopo di riallacciare i rapporti col territorio e il mondo cistercense. 

 

«“Quando loro taceranno le pietre grideranno”, dice il Vangelo di San Luca. Senza la contemporaneità di un’esperienza analoga a quella scaturita nell’abbazia nove secoli fa non so se saremmo stati in grado di fidarci di quella voce, vedere i segni, piegarci a un disegno che non avevamo fatto noi», dice Rondena. «È stata un’esperienza di umiltà dall’inizio alla fine - chiosa Carminati -. In università ti insegnano a partire dal foglio bianco e dal tuo progetto, a Morimondo invece dovevi piegarti ogni giorno a quello che c’era. Togliere strati senza aggiungere nulla, frammento dopo frammento, senza sapere cosa e se avresti trovato qualcosa: questo è stato il nostro lavoro per 28 lunghi anni».

 

Ventotto anni in cui anche il frammento fa il suo lavoro. Non si trovano i collegamenti verticali originali, le uniche scale presenti sono di epoca settecentesca, eppure l’abbazia è stata costruita su quattro piani. Poi un giorno, qualcuno inciampa nell’assito della buia stanza del custode, dove erano stati rimossi i marmetti moderni per lasciare scoperta la pavimentazione lignea. Ed ecco, sotto le assi, aprirsi uno spazio ignorato da tutta la documentazione in possesso degli architetti: otto gradini medioevali che portano al livello inferiore.

 

In capo a pochi mesi sotto l’intonaco verde del locutorium appaiono antiche simbologie, lettere, croci, decorazioni, perfino le tracce degli incendi che avvolsero il complesso monastico, distruggendo la maggior parte dei suoi tesori, codici e libri. Nel 2003 la Regione stanzia i fondi per chiudere i lavori di restauro. E il 4 ottobre 2008, dopo oltre duecento anni di relegazione al buio e al silenzio, il cenobio monastico torna ad aprire le sue porte al mondo.


Nessun saccheggio o trasformazione susseguitesi in età rinascimentale e barocca riuscì ad alterare l’unicum di forma e funzione dell’Abbazia di Morimondo. Quaerere Deum: a dispetto del nome Morimondo (da moritur mundus, come se il mondo non esistesse), i monaci vissero in quel luogo di risorgive per cercare Dio e raccontare la sacralità del Figlio in ogni opera: a questo pensavano adornando la navata dell’abbazia, il loggiato del chiostro, il calefactorium dove venivano scaldati gli inchiostri, perfino le stalle.


 

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