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LA STORIA/ 2. Morimondo, un architetto e la grazia di un "sogno" che dura da 900 anni

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L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)  L'Abbazia di Morimondo (Foto Imagoeconomica)

L'articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

 

L’estate era ormai volta al termine quando i dodici monaci guidati dall’abate Gulguerious misero mano alle vanghe. Erano partiti molti mesi prima da Morimond, casa madre di Borgogna, l’ultima delle quattro abbazie cistercensi figlie di Citeaux situata in alta Champagne-Ardenne; avevano attraversato la Francia e le Alpi per arrivare, il 4 ottobre 1134, nella piccola Colonago, in quel fazzoletto di terra bagnato dal Ticino e costellato dalle fare longobarde dove si sarebbe consumata la guerra tra il Ducato di Milano e Pavia.


 

Proprio lì, sull’ultimo terrazzamento fluviale, il capannello di monaci venuto dalla Francia adeguò il progetto della casa madre: il campo ricevuto in donazione per partecipare all’opera di filiazione era Campo Falcherio, un promontorio affacciato sulla piccola valle ricca di paludi, zanzare e risorgive. Non un fondovalle da coltivare, ma un’altura, non una pianura su cui elevare lo schema collaudato di due piani dei complessi cenobiali cistercensi, ma più terrazzamenti di diverso livello.


 

Sprovvisti di un progetto, e in molti della giovinezza a garanzia di veder realizzato qualcosina in più dello scavo delle fondamenta, neanche allora i monaci persero la speranza. Ciò che cercavano era: quaerere Deum. «Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la vita stessa - dirà a Parigi papa Benedetto XVI quasi nove secoli dopo -. Essi erano alla ricerca di Dio».


Appreso che la parte di proprietà privata del cenobio monastico dell’Abbazia verrà venduta a una cordata di imprenditori che ne faranno un albergo, Alessandro Rondena non esita a raggiungere il comune di Morimondo, 800 anime a una trentina di chilometri da Milano. Si trova lì adesso, fresco di laurea in architettura, al cospetto del sindaco Maurizio Spelta e dell’architetto Giovanni Carminati, per chiedere al primo cittadino di impedire la vendita, acquistare la parte cenobiale e farsi carico della sua ristrutturazione.


 

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