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LAICITA’/ La nostra ragione? Può scoprire il Mistero perché capisce il mondo

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Paul Cézanne, Jas de Bouffan (1876), particolare  Paul Cézanne, Jas de Bouffan (1876), particolare

 

Ma c’è un’altra conseguenza rilevante in questa prospettiva della ragione come procedura strategica decisa dal soggetto, ed è che essa si gioca tutta nella “delimitazione” del suo campo. Beninteso, quello dei limiti della ragione (Kant docet!) è un discorso assolutamente centrale, proprio per comprendere realisticamente la portata della nostra facoltà conoscitiva, ed evitare che essa pretenda idolatricamente di definire o afferrare ciò che oltrepassa i suoi poteri. Ma questa realistica cautela si è alla fine rovesciata nel suo contrario, e cioè nella convinzione che esista ragionevolmente, cioè veramente, solo ciò che riesce ad entrare negli schemi a priori della nostra mente, mentre ciò che li supera, se anche c’è, non potrà mai essere oggetto di una conoscenza o di una scelta razionale.

 

Il problema che si ritiene già risolto è in realtà solo evitato: quando riconosco che la realtà mi supera, che il mondo è sempre più grande dei miei schemi mentali, che i fattori in gioco sono sempre più numerosi di quanti ne conto io, che l’essere ha un senso tendenzialmente infinito, compio un atto razionale o irrazionale? La ragione funziona solo quando misura e pre-determina il mondo, oppure essa è all’opera anche quando scopre l’esistenza del “mistero”? E viceversa, questa realtà misteriosa è solo ciò che, per definizione, fuoriesce dalla ragione umana (almeno per il momento!), oppure essa può divenire in quanto tale l’oggetto di uno sguardo razionale che riconosca l’altro da sé?

 

Proprio per questo occorre riaprire - sfidando l’apparenza di ingenuità o il verdetto di impossibilità - la questione della ragione. Non si tratta tuttavia di inseguire un concetto univoco di razionalità, in cui omologare la molteplicità di prospettive e la pluralità dei metodi con cui di volta in volta la ragione si applica nei diversi campi del sapere e dell’agire. Tanto meno però si tratta di ripetere il vecchio auspicio di un’integrazione tra la razionalità “strumentale” della tecno-scienza e la ragione “meditante” della filosofia o della poesia. Piuttosto si tratta di verificare se vi sia una “natura” o una “costituzione” della ragione umana che permetta le sue molteplici e diversificate applicazioni; e viceversa di verificare se tali applicazioni esauriscano in sé la funzione della razionalità o necessitino - proprio per funzionare - di un orizzonte più grande di riferimento.

 

L’ipotesi che intendo verificare è la seguente: la ragione si presenta come l’esperienza di un rapporto, come spazio di apertura del soggetto umano (un’apertura che ha il nome di “io”) in cui la realtà emerge come un “dato”. Prima di ogni soggettivismo e prima di ogni oggettivismo, i “due” - l’io e la realtà - non solo entrano in rapporto tra loro, ma sono essi stessi un rapporto. Da questo punto di vista ogni nostro limite, l’inevitabile delimitazione nell’uso della nostra ragione, può essere inteso anche come un confine, una soglia o un luogo di apertura ad una “ragione” (o logos) più grande della nostra stessa facoltà. La ragione è dunque una facoltà conoscitiva e valutativa, ma insieme - e indistricabilmente - è un principio di intelligibilità ossia un senso del mondo, direi quasi una dimensione costitutiva del reale.

 

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