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LAICITA’/ La nostra ragione? Può scoprire il Mistero perché capisce il mondo

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Paul Cézanne, Jas de Bouffan (1876), particolare  Paul Cézanne, Jas de Bouffan (1876), particolare

 

Proverò a documentare questa ipotesi attraverso quattro casi a mio parere emblematici. Si tratta di “figure” in cui è all’opera una vera e propria esperienza di pensiero, e che possiamo ritenere squisitamente “filosofiche”, sebbene non si tratti di filosofi professionali, ma di individualità creative che cercano di rendersi conto e di comunicare la ragionevolezza del loro rapporto all’essere. 

 

Il primo caso è quello del pittore Paul Cézanne, il quale lavorando sulla nostra capacità di “percepire” visivamente la natura (e di renderla così in pittura), giunge alla scoperta che il nostro sguardo, la nostra stessa visione della realtà che ci circonda, costituisce il modo primario in cui la realtà giunge alla sua più propria “realizzazione”. Non perché la riduciamo al nostro modo di vedere, ma perché al contrario il nostro vedere coincide con il modo più proprio di darsi del mondo. 

 

Il secondo caso è quello del poeta e scrittore Thomas S. Eliot, e riguarda quella strana “modificazione” della storia che accade ogni qual volta viene creata una nuova opera letteraria, grazie alla quale tutta la tradizione precedente non solo risulta accresciuta, continuata o interrotta, ma viene completamente riformulata. Ciò che avviene con la creazione di una nuova opera d’arte avviene “contemporaneamente” a tutte le opere del passato e il senso storico si realizza esattamente nella misura in cui si scopre che il passato non “è” solo passato, ma “è” anche presente.

 

Il terzo caso è quello del compositore Igor Stravinskij, con la sua teoria della musica come l’unico dominio in cui l’uomo “realizza” il suo presente, poiché mentre in tutte le altre sue espressioni e attività egli è costretto a subire il passare irrevocabile del tempo, nell’esperienza musicale egli lo rende invece “reale” e “stabile”, nella misura in cui è capace di cogliere e di “costruire” l’ordine del presente.

 

Il quarto caso, infine, è quello del fisico Erwin Schrödinger, con le sue riflessioni riguardo al rapporto tra gli oggetti della natura, conosciuti attraverso l’indagine scientifica, e la coscienza dell’io, cioè dell’autore di tutto il complesso delle rappresentazioni che formano la scena della scienza. Mentre infatti quest’ultima ha progressivamente “oggettivato” il mondo, essa si rivela sempre più incapace di conoscere il “soggetto” di tale oggettivazione. E così l’io resta come un punto di fuga, senza del quale tutta la scienza non sarebbe possibile, ma che la scienza stessa non potrà mai ridurre totalmente alle sue spiegazioni.

 

Che è poi l’enigma affascinante della razionalità umana: una cosa totalmente “nostra” che non possiamo però mai ridurre a noi stessi.

 

 



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