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GIUSTIZIA/ De Rita: così il moralismo dei magistrati ha messo in crisi l’etica pubblica

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La società contemporanea è innanzitutto una società della soggettività. Gli ultimi 50 anni sono gli anni della soggettività, cioè gli anni in cui il singolo ha ritenuto «più morale» rivolgersi alla propria coscienza che obbedire a una norma che proviene dal di fuori di lui. Questa predominanza della soggettività ha messo in crisi i precetti di chi non ha rielaborato in modo critico le proprie convinzioni morali. Da qui il conflitto tra interiorità e precetti.

 

E siamo tuttora nel pieno di questo scontro irrisolto?

 

Mi pare evidente. Tutti i problemi che stiamo affrontando - dall’eutanasia alle frontiere biologiche della vita, per esempio - sono centrati sul contrasto tra il primato della coscienza individuale - “sono io che ho il diritto di decidere” - e un primato della norma, della legge, della consuetudine, dello stato. L’«aumento di soggettività» che c’è stato in questo 50 anni di storia italiana è stato quello che ne ha condizionato non solo la dimensione sociale, pensiamo all’aborto e al divorzio, ma anche l’economia: un paese con 5 milioni e mezzo di imprenditori, cioè un imprenditore ogni 12 persone, è un paese in cui la soggettività è entrata pure nell’impresa, nella voglia di far da solo, di essere padrone, di recitare se stesso e non altri nella propria attività economica.

 

La Cei parla di emergenza educativa.

 

C’è ed è grave. Stiamo assistendo ad una evaporazione della dimensione culturale individuale verso uno «spappolamento» primitivo, di diffusione di miti e di soggezione agli eventi. La gente appare sempre più priva di un approccio critico, incapace di ragionare. E il problema viene puntualmente spostato sul piano delle scuole da realizzare, degli investimenti, dei laureati. Per carità. Servirebbe un vero e proprio «riarmo» intellettuale.

 

Lei ha parlato di magistrati che finiscono per occuparsi di peccati individuali, di una «bulimia normativa che rincorre e codifica un crescente numero di fattispecie di reato». Tutto è divenuto reato e il reato ora «sostituisce il peccato come regola dei comportamenti». La giustizia ha perso la bussola?

 

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COMMENTI
08/06/2010 - dimenticato (FRANCO GRIZIOTTI BASEVI)

Interessante. Mi permetto di suggerire: e la "res publica?" dov'è finito il rispetto per la "res publica?". Potremmo rincominciare da lì? Forse tantissimo andrebbe a posto da solo.