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IDEE/ Fa più danni il buonismo o la crisi economica?

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C’è un’esemplificazione paradigmatica, secondo il manager, di che cosa sia il bene comune: «L’esempio dei nostri distretti produttivi dimostra che questo sistema a rete, in cui si è contemporaneamente concorrenti e partner, è molto più resistente ai cambiamenti tecnologici e alle crisi di mercato rispetto ai singoli nodi che lo compongono. Il distretto ha una creazione di valore totale maggiore e più durevole nel tempo rispetto a quella che sarebbe originata da singole imprese che si muovessero in modo atomistico».

 

Invece, la crisi economico-finanziaria che non abbiamo ancora alle spalle e di cui viviamo le conseguenze è nata, dice il manager, «dall’assolutizzazione di singole utilità individuali (banche, enti finanziari e i loro top manager che hanno incassato bonus stratosferici) a spese del bene comune». «Il problema - sottolinea l’imprenditore - sta proprio in questo famoso bene comune: non fa parte della natura degli uomini sbranarsi e uccidersi, sennò non saremmo arrivati qui. La natura degli uomini è, invece, progredire. E si può progredire solo se si riesce a mettere a sistema l’intelligenza. Credo che il sentire del bene comune faccia parte del Dna degli uomini. Bisogna riuscire - aggiunge l’imprenditore - a trovare il modo di mettere al centro l’interesse collettivo come causa dell’interesse individuale. Per farmi capire meglio: l’individuo ha maggiore consapevolezza della sua individualità quando è capace di mettersi a sistema, di organizzarsi. Anche dal punto di vista esistenziale se ci definiamo uomini credo che lo facciamo perché ci riferiamo a una situazione collettiva».

 

Il paradosso è che la prospettiva del bene comune, nella società, in azienda, dovunque, fa a pugni con l’ossessione etica del pensiero dominante (si veda L’Ossessione etica di Graziano Tarantini su Ilsussidiario.net). Dice l’imprenditore: «Le aziende che si auto-definiscono etiche rifuggono dall’interesse personale perché lo giudicano come fonte di egoismi e di danni per gli altri e si affibbiano missioni aziendali buone. Fanno del buonismo; in realtà mettono in atto una grande presa in giro che si trasforma sul lungo anche in diminuzione della motivazione delle risorse umane. Come si può chiedere a qualcuno di essere veramente motivato a far sempre meglio e di più se gli si toglie l’aspettativa, ancorché indiretta, del beneficio personale?» 

 

Il manager è Carlo De Matteo, direttore Business Development presso una grande utility italiana, l’imprenditore è Marco Boglione, patron di BasicNet, società titolare dei marchi Kappa, Robe di Kappa, Superga, K-Way, Jesus Jeans. E se volete saperne di più, questa discussione è contenuta nel pamphlet Contro l’Azienda Etica. Per il bene comune edito da Basic Edizioni.

 

 

 



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COMMENTI
14/06/2010 - Interessante, ma ... (Roberto Bera)

... che tipo di "processo" viene implementato in azienda affinchè quanto scritto sopra non restino belle parole, come "un idea e soltanto un idea.." come cantava Gaber? Mi piacerebbe, visto che Moraglio e De Matteo mi conoscono bene, poter continuare il dialogo.

 
12/06/2010 - impresa etica ? (attilio sangiani)

a me pare che una impresa si può definire "etica" quando risponde alla vera natura dell'uomo,che non è "nè angelo nè bestia. Chi fa l'angelo fa la bestia" (B. Pascal ). Quella descritta così bene nel dialogo mi sembra la giusta impresa "etica". Invece quella di chi ipocritamente disdegna ogni interesse personale ( angelo ),come fosse malvagio,finisce con tramutarsi nell'impresa radicalmente individualistica ( bestia ),come quelle che hanno scatenato la crisi finanziaria ed economica. Si può forse ricordare la fine di F.W.Nietzsche,che per voler essere "puro,perfettamente disinteressato,non ipocrita" ha concluso la sua parabola di vita con ."tutto è falso,tutto è lecito " ed è precipitato nella pazzia.