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NOBEL/ Il "no" di Saramago: quando la cattiva libertà produce miseria e disperazione

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José Saramago, scomparso il 18 giugno 2010  José Saramago, scomparso il 18 giugno 2010

 

In questo consiste la lotta di Saramago (che lui chiama senza giri di parole “guerra”), manifestata dal punto di vista letterario ed esistenziale nel suo zelo nello sfidare ed attaccare la Chiesa, nella sua ossessione disperata e pretenziosa di sovvertire il contenuto della Bibbia e nella sua ricorrente dichiarazione di ateismo. Libri come Memoriale del Convento (1982), Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991), Cecità (1995) o Caino (2009) evidenziano con particolare chiarezza il rifiuto a priori di accettare l’ipotesi che la realtà possa essere costituita da una dimensione non pienamente esplicabile dall’uomo. La ragione, intesa come capacità di spiegare, è per Saramago, la misura del proprio io, e per questo lo scrittore guarda alla vita come debitrice della propria arte, nella quale il ruolo di un narratore sempre onnisciente, onnipotente e dirigista, esplicitamente identificato con lo stesso (e chiaroveggente) autore, è quello di costruire l’unico luogo della possibile “redenzione” e dell’orientamento di una umanità cieca, meschina, ripugnante e disperatamente perduta.

 

È impossibile non vedere, nel gigantesco e molto “popolare” successo che ha incontrato la sua opera (nonostante il mal confessato tedio che la lettura delle sue opere provoca a molti), la perizia della propaganda comunista in tutta la sua portata - alla quale, si dica per inciso, la donna con cui ha vissuto dal 1988, la giornalista spagnola Pilar del Rio, ha contribuito in modo decisivo. Ma è ugualmente evidente che tutta la gloria apparente di una vita assente nella convinzione che “l’essere umano ha inventato Dio e poi gli si è reso schiavo” rivela, alla fine, l’ironia della reale schiavitù cui questa ripugnanza conduce arrendendosi al mistero, che, nonostante tutto, Saramago pare intravvedere, come attesta la sua ossessiva ripresa degli stessi temi.

 

Come abbiamo ascoltato dire recentemente dal cineasta Manoel de Oliveira a Lisbona, davanti a Papa Benedetto XVI, citando il grande oratore del XVII secolo Padre António Vieira, “la parola non è terribile”, perché “il non elimina tutta la speranza, che è l’ultima cosa che la natura ha lasciato all’uomo”, a questo uomo la cui grandezza, libertà e fecondità si nascondono nel fatto di non poter non desiderare di dire “sì” all’infinito.

 

 



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