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NOBEL/ Il "no" di Saramago: quando la cattiva libertà produce miseria e disperazione

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José Saramago, scomparso il 18 giugno 2010  José Saramago, scomparso il 18 giugno 2010

Nel romanzo del Nobel per la letteratura José Saramago (1922-2010), intitolato Storia dell’assedio di Lisbona (1989), il personaggio del redattore Raimondo Silva aggiunge un “no” alla frase dove si dice che, nel XII secolo, i crociati decisero di aiutare il re del Portogallo a conquistare la città occupata dai mori. Gli avvenimenti storici si vedono, in questa maniera, artificiosamente mutati per mezzo del ribaltamento totale del loro significato, in un esercizio che vuole essere creatore di quella novità che la storia “ufficiale” non è presumibilmente in grado di dare (“la suddetta storia è sempre meno in grado di sorprendere”, afferma lo scrittore nel 1998, in un discorso tenuto alla Reale Accademia Svedese).

 

Senza pretendere di entrare in questa sede nell’analisi delle complesse relazioni che, nella creazione letteraria, possono stabilirsi tra la realtà e la finzione, vale la pena prendere questo episodio come esempio di quella che fu la posizione dello scrittore in quanto letterato e cittadino comunista sempre politicamente impegnato: la credenza, costantemente dichiarata, nel valore della “resistenza” individuale e collettiva ai fatti della Storia, in quanto modo supremo di compiere la libertà.

 

È ben visibile, nell’insieme delle sue numerose opere, dalle quali risalta senza dubbio il suo fascino per la narrativa ed il suo talento di raccontatore “orale” di storie, l’effetto di questo concetto di libertà come rifiuto e come negazione. Prima di tutto, nel tono dell’amara ironia (anche nei casi in cui scrive parodie), che predomina nei suoi romanzi, farciti di personaggi sofferenti, vittimizzati e rivoltosi o ribelli, ma anche in un tipo di costruzione narrativa sempre organizzata attorno ad una determinata tesi da difendere.

 

È lo stesso scrittore che si definisce uno “scrittore di idee” e che afferma: “sono un saggista che ha bisogno di scrivere romanzi perché non sa scrivere saggi”, collocandosi con precisione in quella posizione teorica ed astratta che una scrittrice come Flannery O’Connor descriverebbe come una attitudine ideologica del romanziere debole ed inesperto: la preoccupazione per le idee e le emozioni scarne, con temi e problemi di impatto sociologico, invece dell’attenzione al “tessuto dell’esistenza […], a questi dettagli concreti della vita che rendono presente il mistero della nostra posizione nella terra”.

 

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