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COMUNISMO/ La storia del giovane Grzes e della poetessa che ha commosso Giovanni Paolo II

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I funerali di Grzegorz Przemyk, 1983  I funerali di Grzegorz Przemyk, 1983

Il letto di Grzes era spesso occupato da qualcun altro, perciò lui si accampava nel primo posto libero, spesso con gli abiti addosso. C’era un legame stretto fra madre e figlio, ma Grzes avrebbe avuto bisogno di un padre, di un ambiente più tranquillo, di una vita più regolata.

 

Gli ex compagni del liceo Modrzewski lo ricordano come uno studente intelligente, aperto, tollerante, cordiale, vivace, sensibile, molto diverso dagli altri, anche nell’abbigliamento spesso trasandato. Per alcuni era “un esibizionista letterario”, altri invece lo ammiravano, non c’era via di mezzo. “Il poeta deve portare su di sé le stigmate e il marchio del peccato, e avere negli occhi l’ira e la rivolta!”, proclamava.

 

Conosceva i versi di Milosz e ne discuteva durante l’ora di letteratura. Nessuno dei compagni del primo anno sapeva chi fossero Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, lui recitava i loro versi con trasporto. Gli piaceva suonare la chitarra, cantare le canzoni del russo Vysockij, e le sue poesie giravano per la classe. Basia, un po’ gelosa della fidanzata Marzena, cercava di stare attenta che non esagerasse nel bere e nel fumare. Poi, la tragedia.

 

Il 19 maggio il funerale, celebrato da don Jerzy, si trasforma in una manifestazione silenziosa dell’indignazione popolare contro le brutalità del regime. Ma il dolore, l’indignazione, l’impotenza, di allora e, oggi, la volontà di punire i colpevoli (fino all’'89 il ministero degli Interni ha coperto le responsabilità della polizia addossandole al personale medico, e nel 2005 il reato è caduto in prescrizione), non bastano a dar ragione di una vita spezzata a 19 anni. Quelle tragiche giornate segnano per sempre anche Basia.

 

Nel film l’episodio si chiude con le parole del Papa in partenza verso Jasna Gora, pronunciate con straordinaria potenza evocativa: “Desidero portare là tutte le sofferenze della mia nazione, e insieme quella volontà di vittoria, che non l’abbandona pur in mezzo a tutte le sconfitte e le esperienze della storia”. In effetti quel 17 giugno 1983, dopo la visita ufficiale da Jaruzelski, Giovanni Paolo II incontra il mondo della cultura informale nella chiesa dei cappuccini.

 

“Là c’è Basia, la mamma di Grzes”, gli fa cenno qualcuno. Il Papa si fa largo tra gli artisti, l’abbraccia sorreggendola (era alimentata con le flebo) e le sussurra: “Figliola, come potrei mai consolarti?”. È questo incontro, assieme alla vicinanza di don Jerzy, a ridarle la forza di offrire quel dolore per prepararsi un giorno a rivedere Grzes.

 

“Strappandomi mio figlio / mi hai preso nelle Tue braccia / Ho paura di volgere lo sguardo verso il Tuo volto”, scrive nella raccolta “È dolce esser figli di Dio”. Dal 1986 madre e figlio riposano assieme.



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