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ARCHEOLOGIA/ Il mistero del papiro di Artemidoro: solo una "truffa" ai danni di una banca?

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Un particolare del papiro di Artemidoro (Foto Ansa)  Un particolare del papiro di Artemidoro (Foto Ansa)

L’ipotesi della “scuola Canfora”, ormai, è che si voglia avvalorare a tutti i costi un’autenticità del papiro che in realtà sarebbe ben lontana dall’essere dimostrata. C’è qualcosa di molto pesante, però, alla base di questa polemica, una questione etico-filosofica che rimane nascosta, come spesso accade fra le righe di queste polemiche.

 

Se infatti il papiro dovesse rivelarsi un falso ottocentesco, seppure abilmente confezionato, bisognerebbe interrogarsi sulla validità del modo e dei metodi con cui le fondazioni, i musei e le grandi biblioteche acquisiscono i loro pezzi.

 

La Compagnia di San Paolo di Torino ha infatti acquistato il papiro di Artemidoro per la mirabolante cifra di 2 milioni e 750mila euro. Eppure, prima dell’acquisizione, sono state effettuate perizie e analisi. Vero è che il mondo del collezionismo ama stendere una coltre di riservatezza sull’origine degli acquisti, non sempre di limpida provenienza.

 

E, sottotraccia, si ripropone l’eterno dilemma: acquistare “incautamente”, pur di portare a casa un pezzo importantissimo o non cedere mai al mondo sotterraneo della tratta dei pezzi archeologici? I falsi, innegabilmente, venivano e vengono tutt’ora confezionati, proprio con lo scopo di spillare milioni agli enti che sono specializzati nel collezionare, esporre e studiare questi reperti.

 

È meglio evitare di alimentare il mercato nero dell’archeologia, oppure assicurare alle mani degli studiosi pezzi che altrimenti ammuffirebbero nelle case di qualche tombarolo?



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