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LAICITA’/ Se la realtà non è segno, l’io e Dio sono "solo" cultura

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Le due versioni, però, condividono un assunto: essere naturalisti significa sostenere che “il mondo è causalmente chiuso” (Määttänen). Ciò significa che anche nella seconda versione si può accettare che esista una “cultura” con tutti i suoi significati belli e profondi, si può pensare che ci siano ragionamenti non scientifici eppure validi e persino che si deve essere “realisti”. In molte versioni esiste anche un’ontologia, cioè un chiedersi quale sia la natura degli oggetti. In fondo si va molto vicino a un ragionevole senso comune ormai lontano dagli eccessi del nichilismo di fine Novecento.

 

Eppure, con quel nichilismo - soprattutto nella sua versione “gaia” espressa da Del Noce - c’è una sottile affinità perché anche per il naturalismo l’ambito della realtà, per quanto ampio e non più in dubbio quanto alla sua esistenza, è chiuso, cioè non funziona mai come “segno”. Così emerge quella che era la radice comune a ermeneutica e analitica: negare che la realtà funzioni come segno e che quindi possa rimandare a un’altra realtà completamente oltre sé (meta-fisica) e che possa provocare interpretazioni la cui validità dipende dall’aver più o meno compreso quella realtà metafisica.

 

Se si esclude il valore del segno, i suoi terminali, l’io e Dio - per semplificare à la Newman - non hanno più senso se non come valori culturali. Si arriva così all’estrema ammissione di un naturalista scientista come McGinn: “L’essenza di un problema filosofico è l’inspiegabile salto, il passaggio da una cosa all’altra senza nessuna idea di quale sia il ponte che permette questo passaggio” (The Mysterious Flame, 2002). La filosofia - parole sue - è perciò “futile”. Paradossale destino: si studia tanto per tornare a “tutto rimane tale e quale”. Il modo normale (“naturale” e non “naturalista”) di pensare tende invece a sostenere che si pensa proprio per conoscere e cambiare la realtà, che oggetto del pensiero sia tutta la realtà, fisica o meta-fisica, e che tutto possa essere letto come “segno”. La curiosa alleanza tra l’intellettualismo scientista e l’irrazionalismo del nostro proverbio fa nascere il sospetto che pensare il “segno” sia antipatico a tutti quelli che hanno un pregiudizio da difendere e che hanno già deciso di non voler essere disturbati da troppe domande.

 

 



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