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LAICITA’/ Se la realtà non è segno, l’io e Dio sono "solo" cultura

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La filosofia, si sa, è la più strana delle discipline. Per molti è solo la materia “per la quale e senza la quale tutto rimane tale e quale”. Purtroppo o per fortuna, invece, la filosofia è la forma con cui concepiamo la realtà e non è possibile non averne una; anche la negazione della filosofia è una filosofia. Che ne sia la causa o conseguenza, è la filosofia che presenta i modi di pensare la vita, i significati delle parole, la società. Insomma, la cosiddetta mentalità.

 

Ci chiediamo, allora: a che punto siamo? Quale mentalità la filosofia odierna sta contribuendo a creare o quale si impegna a riflettere? La mentalità filosofica di oggi è dominata da quello che si chiama “naturalismo”. In che cosa consiste? De Caro (in Calcaterra, Pragmatismo e filosofia analitica 2006) identifica tre leggi portanti: l’esclusione di oggetti non naturali, l’antifondazionalismo e la continuità scienza-filosofia.

 

Ci sono due modi di intendere queste leggi. Il primo è uno scientismo duro (Dennett, per fare un nome). In questa versione esiste solo quello che la scienza “positiva” - in particolare la fisica - riconosce o arriverà a riconoscere, non c’è nessuna fondazione del nostro sapere al di là della conoscenza “scientifica” e la filosofia stessa è parte della scienza e come tale verrà pian piano dissolta in essa.

 

C’è un’altra versione, più soft o pluralista, che pur mantenendo le medesime leggi, le interpreta nel senso che negli oggetti naturali devono essere inclusi anche i prodotti culturali (McDowell), che la scienza non può avere a sua volta pretese fondative e che il sapere filosofico-umanistico può convivere con quello scientifico: “un modesto realismo non metafisico, adeguatamente conforme ai risultati delle scienze” (Putnam).

 

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