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CRISI/ Chi ha interesse a "nascondere" il paese che funziona?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

È proprio vero che la comprensione della realtà economica è più facile se si mettono insieme i contributi dei filosofi e quelli degli economisti. L’intervista a Pietro Barcellona è un chiaro esempio di come si possa analizzare acutamente quanto sta succedendo nel mondo economico con strumenti non specialistici dell’economia. Condivido gran parte delle idee di Barcellona, in particolare la necessità di parlare delle persone più che delle imprese o delle istituzioni, le conseguenze (negative) della rivolta contro i padri, la necessità di un senso del lavoro e di un collante identitario e il ruolo decisivo che possono avere i gruppi di persone che superino il “modello individualistico meschino che ci distrugge”.  

 

Provo a evidenziare un paio di aspetti sui quali nutro invece qualche dubbio. Il primo. Ritengo che in Italia ci siano ancora molti imprenditori e molti loro collaboratori che amano il lavoro, che non lavorano solo per la retribuzione, che sono mossi dal desiderio di costruire belle imprese in grado di offrire ai clienti prodotti utili e ben fatti. Girando per le varie province del Paese ho visto imprenditori emiliani commuoversi per un motore che romba a pieni regimi, imprenditori toscani presentare con emozione il loro vino, imprenditori biellesi descrivere con orgoglio la finezza dei loro tessuti, imprenditori lombardi comunicare con soddisfazione la conquista del consenso dei consumatori di varie parti del mondo, imprenditori campani presentare la loro pasta come un prodotto unico ottenuto con tecnologie d’avanguardia e manodopera specializzata. Insomma, a me pare che il quadro generale del nostro Paese sia forse un po’ meno fosco di come Barcellona lo descrive. Peraltro, lui stesso riconosce che, pur se a macchia di leopardo, esiste un tessuto di imprese che alimenta occupazione e legami sociali. E allora, quando Barcellona richiama giustamente la necessità di ripartire da piccoli gruppi di persone con il senso della comunità, si può sostenere che un po’ di questi gruppi ci sono già.

 

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COMMENTI
23/07/2010 - passione per il lavoro che si fa (attilio sangiani)

Invece di "commozione" parliamo di "passione" e la tesi dell'articolo funziona,e come! Anche per Marchionne,la cui passione lo porta a tenere conto delle condizioni globali per localizzare "al meglio" la produzione. La globalizzazione "selvaggia" dell'economia non è dipesa da lui,ma dagli incauti globalizzatori fanatici del "mercatismo" a tutti i costi. Occorrevano gradualità e dazi "compensatori" delle diseguaglianze fiscali e previdenziali che gravano sui costi di produzione e,quindi,sui prezzi delle esportazioni. Quanto agli imprenditori non "multinazionali", la passione per il loro lavoro li impegna ad aguzzare l'ingegno e ad innovare,nonchè a rischiare e a sopportare perdite temporanee senza cedere alla sirena della "delocalizzazione" o della cessione ad altre mani della loro creatura.

 
23/07/2010 - Co-muoversi (Diego Perna)

Senta, ad occhio e croce chi si commuove nel lavoro che fa, è di solito quello che oggi fallisce prima degli altri. Non per essere disfattista o catastrofista ecc. ma è proprio come dico io. Di fronte al mercato globale, lo vada a dire a Marchionne di commuoversi e rimanere in Italia. Per lui è impossibile ed io purtroppo credo, a ragion veduta. Che poi i giornalisti si possano commuovere, può anche accadere, ma i politici, per loro natura evitano sempre di fare qualcosa di troppo personale, loro ragionano solo con i grandi numeri, i numeri di chi li elegge, e qui mi fermo per non introdurre argomenti sui quali occorrerebbero troppe e forse inutili parole. Buona giornata e accidenti a queste macchie di leopardo. Mi scusi, dov'è meglio stare: dentro o fuori da questa benedetta macchia?