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CRISI/ Chi ha interesse a "nascondere" il paese che funziona?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

I dati macroecomici sembrano confermare un quadro più positivo di quello descritto da Barcellona. L’Italia è tuttora la quinta potenza industriale con il 3,9% della produzione manifatturiera mondiale e dal 2000 ad oggi ha mantenuto il distacco che la separa dalla Germania, ma ha migliorato la propria posizione rispetto agli Usa e al Giappone che la precedono e rispetto alla Francia e al Regno Unito che la seguono. Fino alla vigilia della crisi l’Italia ha difeso la sua quota sull’export mondiale di manufatti e solo la Germania ha guadagnato spazi di mercato. Tutti gli altri paesi di antica industrializzazione li hanno ceduti a favore dei paesi emergenti. 

 

Vengo al secondo dubbio. È giusto ripartire dai gruppi di persone cambiate. Ma perché i pochi o tanti gruppi di persone che lavorano con un significato possano diventare un modello per altri occorre che la politica e i media si impegnino per conoscerli, per diffondere la notizia della loro esistenza e per creare delle condizioni di contesto che li aiutino. Non si tratta di ripetere il solito ritornello che il problema sono i politici impegnati in altre attività o i giornalisti che indugiano con troppa enfasi su ciò che non va. Eppure, non si può neanche rinunciare a richiamare tutti alle loro responsabilità e, in primis, coloro che più di altri hanno il potere di influenzare i comportamenti e le opinioni. Ho già suggerito una proposta: si organizzino visite dei politici e dei giornalisti nelle aziende perché possano commuoversi per l’impegno delle persone che vi lavorano e perché questa commozione li muova all’azione.

 

Un ultimo commento. Come dicevo, a me pare corretta un’interpretazione antropologica del travaglio che la nostra economia sta vivendo. Vi sono tuttavia dei fenomeni macroecomici che stanno modificando il ruolo dell’Italia nell’economia mondiale e se si trovassero economisti umilmente disposti a combinare le analisi tecniche con le riflessioni di filosofi come Barcellona forse il Paese ritroverebbe più velocemente la via per una ripresa a beneficio di tutti noi.

 

 

 



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COMMENTI
23/07/2010 - passione per il lavoro che si fa (attilio sangiani)

Invece di "commozione" parliamo di "passione" e la tesi dell'articolo funziona,e come! Anche per Marchionne,la cui passione lo porta a tenere conto delle condizioni globali per localizzare "al meglio" la produzione. La globalizzazione "selvaggia" dell'economia non è dipesa da lui,ma dagli incauti globalizzatori fanatici del "mercatismo" a tutti i costi. Occorrevano gradualità e dazi "compensatori" delle diseguaglianze fiscali e previdenziali che gravano sui costi di produzione e,quindi,sui prezzi delle esportazioni. Quanto agli imprenditori non "multinazionali", la passione per il loro lavoro li impegna ad aguzzare l'ingegno e ad innovare,nonchè a rischiare e a sopportare perdite temporanee senza cedere alla sirena della "delocalizzazione" o della cessione ad altre mani della loro creatura.

 
23/07/2010 - Co-muoversi (Diego Perna)

Senta, ad occhio e croce chi si commuove nel lavoro che fa, è di solito quello che oggi fallisce prima degli altri. Non per essere disfattista o catastrofista ecc. ma è proprio come dico io. Di fronte al mercato globale, lo vada a dire a Marchionne di commuoversi e rimanere in Italia. Per lui è impossibile ed io purtroppo credo, a ragion veduta. Che poi i giornalisti si possano commuovere, può anche accadere, ma i politici, per loro natura evitano sempre di fare qualcosa di troppo personale, loro ragionano solo con i grandi numeri, i numeri di chi li elegge, e qui mi fermo per non introdurre argomenti sui quali occorrerebbero troppe e forse inutili parole. Buona giornata e accidenti a queste macchie di leopardo. Mi scusi, dov'è meglio stare: dentro o fuori da questa benedetta macchia?