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TEATRO/ A Siracusa i detenuti recitano Sofocle in siciliano e "parlano" al mondo

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Siracusa, il teatro greco  Siracusa, il teatro greco

 

Il 19 luglio i detenuti/attori, davanti a una platea formata da un centinaio di persone tra internati e ospiti esterni, hanno solcato le onde immaginarie sulla nave achea e hanno calpestato l’isola di Lemno grazie alle scenografie realizzate da Giorgio Zacco, inventore acuto di allestimenti e di storie. Gli interpreti indossavano i costumi dell’Inda, l’Istituto nazionale del dramma antico a cui si devono le rappresentazioni classiche nel teatro greco di Siracusa. La scelta è stata fatta per ribadire, da parte degli organizzatori, la serietà di una proposta in cui il laboratorio non va inteso quale riempitivo per occupare qualcuna delle lunghe giornate di reclusione, ma come esercizio laico di ascesi collettiva.

 

Mandare a memoria le parti assegnate, ripetere continuamente gesti fino a sfiorare la perfezione, immedesimarsi nei sentimenti dei personaggi, obbedire alle indicazioni del regista, cooperare con gli altri alla buona riuscita della rappresentazione: tutto questo ha in sé un valore educativo, più di quanto possa averlo perfino l’esplicitazione di un “messaggio” veicolato dal testo (che pure esiste, ad esempio, nel personaggio dello sciancato Filottete in cui chiunque si può riconoscere, solo per il fatto di essere ferito dalla vita).

 

La direttrice della Casa circondariale di Siracusa Angela Gianì, a conclusione della perfomance, ha riconosciuto di aver assistito a qualcosa di inaspettato, di superiore alle sue previsioni. «Ci vogliono persone come la professoressa Caramanna e Liddo Schiavo - ha detto - perché negli istituti possano accadere cose di questo tipo». E ci vogliono pure carcerati disposti a intraprendere un viaggio «nei primordi della materia umana». Carcerati come gli attori di U zoppu: Silvestro, Daniele, Michele, Antonino E., Antonino R., Lorenzo, Vito, Francesco I., Francesco M., Francesco T., Salvatore, Attilio, Giuseppe, Giovanni.

 

 

 



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