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LA STORIA/ "Ho la grazia di essere miserabile". Padre Aldo Trento si racconta

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Padre Aldo Trento  Padre Aldo Trento

 

Tantissimi. Ho ricevuto, dal Meeting del 2008, migliaia di e-mail. È stato come se parlare di depressione in quel contesto, e affermare addirittura che la depressione potesse avere un senso buono, fosse come scoperchiare una pentola. Un’esplosione. Quanti, quelli che si sono sentiti autorizzati a domandare una parola sulla sofferenza e a chiedere consiglio. Tantissimi ragazzi. Mi commuovono i ragazzi: siamo abituati a dire che i giovani sono degli sfortunati. No, gli sfortunati sono i genitori, siamo noi, che gli abbiamo dato ben poco di buono. Loro sono figli uguali a quelli di ogni generazione e forse più assetati: sono, anzi, pura domanda.

 

Ci sono altre cose che non capisco. Scrivi sempre della tua casa ad Asunción e dei moribondi che vi trovano ricovero. Tu vedi dunque ogni giorno una quantità di dolore per me inimmaginabile. Come fai, di fronte a tanto dolore, a ritenere che la vita sia un bene, un dono di cui essere grati a Dio? (Io, da ragazza, pensavo che nascere fosse una disgrazia).

 

Anch’io per molto tempo ho pensato che la vita fosse un male e ho passato dei momenti in cui non riuscivo a stare davanti, se non con molta fatica, ai miei genitori, vedendo in loro, per il fatto di avermi messo al mondo, il fattore principale della mia sofferenza. Solo nell’abbraccio di Cristo, nell’abbraccio riconosciuto, ho capito finalmente che nascere è un dono.

 

Ma questo dono in che cosa consiste? Oggi, magari tacitamente, tanti dubitano che la vita sia un dono.

 

Che la vita sia un dono io non l’ho capito a priori, perché me l’hanno insegnato al catechismo; quando poi ho conosciuto il “male del vivere”, non ho più sopportato i discorsi sul “dono della vita”, anzi, li rifiutavo. Ho colto il dolore come un dono per me, solo quando ho fatto l’esperienza di quello che Giussani definiva «Io sono Tu che mi fai», cioè quando ho cominciato a guardare me stesso con gli occhi del Tu, del Mistero. Vedevo il mio Io fiorire e, intorno a me, crescerne i frutti nelle opere di carità che riempiono questa parrocchia. Solamente quando quel cumulo di macerie, che era il mio Io, è stato messo insieme dalla grazia di un incontro e, dopo lunghi anni di pazienza, ho cominciato a sorridermi, a guardarmi con simpatia; da lì è sbocciato tutto, come un dono imprevisto, come una letizia che mi accompagna.

 

Padre Aldo, tu non hai paura della morte?

 

Spero di morire come i miei malati: abbracciato.

 

Ma intendo il dopo, ciò che c’è dopo, l’Aldilà. Come lo pensi?

 

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