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RISCOPERTE/ Florenskij spiega perché ci vuole un amico per conoscere Dio e il mondo

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Il gulag delle Isole Solovki, dove venne imprigionato P. Florenskij  Il gulag delle Isole Solovki, dove venne imprigionato P. Florenskij

 

Nonostante la sua assoluta rilevanza nella storia della cultura europea, tanto da essere considerata da parte di autorevoli studiosi «una delle opere fondamentali del pensiero cristiano del secolo XX», per una sorta di drammatica ironia essa resta ancora in gran parte un capolavoro sconosciuto della filosofia russa al culmine della sua fioritura. Lo Stolp (La colonna) è un sorprendente itinerarium filosofico, un’abbagliante teoria logica e gnoseologica, ma anche un maestoso trattato ascetico e spirituale, un sorprendente poema teologico e lirico. In essa coesistono in un perfetto equilibrio il linguaggio filosofico della logica formale e matematica con quello della metafisica e della mistagogia patristica, dell’ontologia personalista e della letteratura mistica. Esaminando l’impianto del testo ancora risuonano emblematiche le parole pronunciate dal filosofo Evgenij Trubeckoj dopo la lettura: «Forse, in tutta la letteratura mondiale, se si fa eccezione per Le Confessioni di Sant’Agostino, non c’è analisi più illuminante e tormentata dell’animo umano, lacerato dal peccato e dal dubbio, e nessun’opera ha saputo manifestare con tanta chiarezza la necessità di un aiuto dall’alto per soccorrere il dubbio, come quella di Pavel Florenskij».

 

A quasi un secolo dalla prima comparsa, l’opera custodisce ancora intatta tutta la sua inviolabile radicalità e la sua potenza di pensiero, la disarmante trasparenza e semplicità della confessione interiore unitamente all’ardita e implacabile trattazione filosofica e teologica alle prese con le questioni cruciali dell’esistenza umana e cristiana. I dodici capitoli dei quali l’opera si compone, concepiti come Lettere ad un amico, ancora oggi stupiscono non solo per vastità e complessità di conoscenza, per il coraggioso tentativo di far interagire tra loro i diversi saperi e le molteplici forme e possibilità della ragione, ma soprattutto per la profondità dello sguardo rivolto verso gli abissi dell’umano nell’agonica ricerca di una luce di salvezza, di un’autentica sapienza d’amore, che ha la sua fonte generatrice nel dialogo d’amore tra le tre persone della santissima Trinità.

 

Le dodici Lettere si configurano simbolicamente come le dodici porte attraverso le quali è possibile accedere, dopo un tormentato e appassionante cammino ascetico, alla soglia della città celeste, sul confine tra i due mondi, quello del visibile e quello dell’invisibile, dell’umano e del divino, fino ad abitare il mistero della divinoumanità. Lungo questo cammino dell’anima assetata di verità e di senso, il passaggio ad ogni porta disvela al lettore un differente angolo visuale, conducendolo gradualmente fino alla visione unitaria e integrale del mondo, alla contemplazione dell’unità della conoscenza e della sapienza faticosamente agognata. Ripensare la filosofia a partire dall’ontologia trinitaria, e quindi dal principio di consustanzialità, è infatti la sfida cruciale attorno alla quale si regge l’intera opera, un compito di una decisività irrevocabile per il filosofo chiamato a interpretare e a vivere il rapporto vitale tra “i due mondi” alla luce di tale principio. Proprio questa radicalità della prospettiva trinitaria estesa alla realtà conoscibile rimase allora incompresa, alimentando dubbi e perplessità.

 

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